martedì, Luglio 23, 2024

I Minions, il cinema e le banane

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A chi soffriva le restrizioni del razionamento, il copricapo tropicale di Miranda ha regalato esotismo e abbondanza con un tocco di sensualità fallica. Le banane negli anni ’40 e ’50 incarnavano il sogno del lusso, del sole e della sensualità che non potevano permettersi. Proprio a questo stesso periodo storico si ispira il film Polvere di stelle, scritto, diretto e interpretato nel 1973 da Alberto Sordi. La storia di una scalcinata compagnia comica che vive un momento di effimero successo allestendo per un pubblico di militari lo spettacolo Stardust. Qui i Minions possono divertirsi e lustrarsi gli occhi di fronte alla grandezza di Monica Vitti che canta con ironia la canzone Ma ‘N Do’… Hawaii, il cui testo non lascia dubbi sulla capacità della banana di soddisfare i più elementari istinti comici: 

«Ma ‘ndo vai, se la banana non ce l’hai? Bella havaiana, attaccate a ‘sta banana! Ma ‘ndo vai, se la banana non ce l’hai? Vieni con me, te la farà vedè! Vieni con me, te la farà vedè! Bella italiana, BANANA AMERICANA!»

Applausi e urla dei Minions che a questo punto svelano anche il loro lato oscuro. Non tutto ciò che luccica è «Bananaaaaaaaa!». Anche se è un frutto salutare che elimina l’acidità di stomaco, combatte i disordini intestinali, rinforza le ossa, fa bene alla pelle, sgonfia la pancia ed è ricco di potassio, alcuni film degli anni ’80 ci raccontano che la banana è spesso legata in America Latina a loschi giri di affari e a uno sfruttamento spietato della manodopera. Basta vedere Herbie sbarca in Messico del 1980 e Banana Joe del 1982. Nel primo, diretto da Vincent McEveety e prodotto della Walt Disney Pictures, le avventurose peripezie del maggiolino Herbie permettono di associare la banana a uno sfondo fatto di povertà, mentre nel secondo, sotto la regia di Steno, il mitico Bud Spencer, in una non precisata repubblica sudamericana, combatte a suon di cazzotti contro dei crudeli commercianti di banane.

Per comprendere cosa c’è di veramente cattivo nel cuore della dolce e semplice banana basta godersi la visione del film documentario When Banana Ruled del 2017 che racconta la storia degli uomini che l’hanno resa il frutto più diffuso al mondo, attraverso un impero multinazionale che ha dominato produzione e vendita, rovesciato governi e creato un modello di business ancora largamente utilizzato dai giganti dell’industria alimentare di oggi. Nel documentario emerge il ruolo della United Fruit Company che commerciava banane coltivate nelle piantagioni dell’America Latina e vendute negli Stati Uniti e in Europa. L’intera impresa era costruita su un modello di business rapace che richiedeva il controllo di paesi tra cui Guatemala, Honduras e Colombia. La United Fruit ha rilevato infrastrutture nazionali critiche come ferrovie e porti, ha rapidamente ampliato le piantagioni spostando i piccoli agricoltori indigeni, si è procurata una legislazione favorevole e, come le più grandi aziende di oggi, ha protetto i profitti offshore per evitare le tasse. 

«Bananaaaaaaaa!» urlerebbero a questo punto felici i Minions sempre alla ricerca di un cattivo da servire. La vita nelle piantagioni era un mondo a parte: una rigida gerarchia con dirigenti bianchi delle migliori business school, capisquadra del sud degli Stati Uniti reclutati per la loro conoscenza della schiavitù e lavoratori neri pagati in gran parte in buoni alimentari aziendali e severamente slegati da ogni rapporto sindacale. In Guatemala nel 1954, la United Fruit Company cooperò a stretto contatto con l’esercito guatemalteco e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti per rovesciare il governo democraticamente eletto di Jacobo Arbenz che aveva commesso l’errore di nazionalizzare alcune delle terre inutilizzate di proprietà dell’azienda frutticola.

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