giovedì, Luglio 25, 2024

Boris Johnson non lascia niente, se non un Regno Unito più isolato e arrabbiato

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Boris Johnson ha governato come uno di quei sultani cosmopoliti che era abituato a frequentare il bisnonno, in un potentato orientale avvolto da intrighi di corte, a presidiare un impero in frantumi che cerca in guerre lontane (ma non troppo) un motivo per sentirsi ancora importante. Un leader quasi pre-moderno, dotato di grande intelligenza e tolleranza ma anche che non bada troppo né alle regole del gioco né ai dettagli. Razzista? A differenza di Trump, le sue uscite più infelici sono state frutto più dell’opportunismo che della convinzione.

Gli sarebbe stato perdonato anche questo, forse, se la sua personalità irruenta fosse stata accompagnata da una visione sensata e coerente. Purtroppo per il popolo di Johnson, sia Thatcher che Blair hanno rimodellato la Gran Bretagna a loro immagine e somiglianza, a botte di liberismo economico e progressivismo sociale. 

Chi ha votato per la Brexit sperando di lanciare il suo “vaffa” contro il sistema, invece, oggi non solo non vede differenza sostanziali con il 2019 pre-Johnson, ma neppure col 2016 (quando il Leave vinse, seppur di soli quattro punti) o con il 2010. L’unico risultato tangibile di 12 anni di governo Tory potrebbe essere l’aumento sensibile dei senzatetto e la gentrificazione di interi quartieri metropolitani a Londra, con costi proibitivi per chiunque non studi e non lavori 24 ore su 24. Johnson ha avuto un consenso mostruoso e una maggioranza parlamentare per intaccare il dominio progressista nelle istituzioni, ma il suo governo si è limitato a qualche brontolio contro i woke e per la freedom of speech. Ancora una volta, il populismo della borghesia radicalizzata si manifesta come un contenitore vasto ma piuttosto vuoto, incapace di essere realmente trasformativo, di rimettere davvero in moto la storia.

Questo il vero fallimento di Johnson: aver portato la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea ma non essere riuscito a mantenere la vera promessa implicita nella Brexit. Non tanto cambiare questo o quell’accordo commerciale o protocollo sulle etichettature di banane, quanto dare al popolo del Leave la sensazione di poter davvero rivoluzionare l’Inghilterra. Non c’è riuscito, Johnson, e sia la brutale politica di spedire i richiedenti asilo in Ruanda che l’interventismo in Ucraina sono stati modi per togliersi d’impaccio, e dare in pasto al suo pubblico una riscossa che in altri campi non si era manifestata. 

Qualunque sarà l’epilogo del premier, non si potranno ignorare i 14 milioni di elettori che hanno portato Boris Johnson al potere. Molti di loro si sentiranno frustrati, delusi, consapevoli che il loro momento populista è in crisi. L’uscita di scena (temporanea?) del loro traghettatore sarà inevitabilmente seguita da un dibattito sulla natura del conservatorismo post-Brexit. Non si potrà non tenere conto della coalizione elettorale – tendenzialmente conservatrice nella cultura e piuttosto interventista in economia – che la Brexit ha prodotto e che Johnson ha mobilitato, ma non è riuscito a mantenere.

Tutto ciò che sembra essere pronto a rivoluzionare le liberal-democrazie non funziona, e Johnson è solo l’ultimo capitolo di questo impatto con la realtà. Perduto Johnson, la parte di Gran Bretagna che lo ha sostenuto difficilmente si lascerà sedurre dall’offerta politica dei suoi successori successori (Tory o Labour che siano, se questi si rifuggeranno nei vecchi schemi ottimisti del passato). E non converrà a nessuno lasciare questo pubblico macerare nel terrore e nella disperazione di aver perduto ogni voce in capitolo.

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