sabato, Agosto 13, 2022

La donna del fiume – Suzhou River (Restored version) – Recensione

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Considerato sin dal 2000, anno della sua presentazione in anteprima al Festival di Rotterdam, come uno dei lavori più significativi ed emblematici scaturiti  dal movimento della Sesta Generazione di cineasti cinesi, La donna del fiume – Suzhou River, possiede tutti i paradigmi del film di culto: opera terza dell’allora trentacinquenne Lou Ye che si impone da subito come uno dei più militanti registi del nuovo corso, censura cinese che si abbatte prepotentemente sul film (verrà presentato sugli schermi cinesi solo molti anni dopo) e sul regista (non autorizzato per due anni a dirigere in patria), accoglienze trionfali in tutti i festival in cui è stato presentato, fino a divenire appunto uno dei manifesti cinematografici della Sesta Generazione.
Tranne un’apparizione in un piccolo festival di cinema asiatico romano nel 2001, il film è rimasto inedito in Italia fino ad ora, ma il notevole lavoro di restauro in 4K da parte della Basis Berlin Postproduktion e l’opera meritoria della casa di distribuzione Wanted ha finalmente, dopo 22 anni, portato sugli schermi italiani questa opera fondamentale, presentata in anteprima all’ultima Berlinale.
Il lavoro di restauro rasenta la perfezione sia dal punto di vista puramente tecnico che da quello filologico grazie al tentativo, cui ha personalmente presenziato il regista, di mantenere il più possibile il timbro personale sia relativamente all’immagine che al suono, non snaturando l’essenza di un’opera che originariamente era stata concepita su pellicola a 16 mm a grana grossa.
La storia si basa sul racconto di un fotografo che funge da narratore di cui non conosciamo nome né volto: l’unico segno di tangibilità che lo contraddistingue da una classica voce fuori campo sono le sue mani che ogni tanto balenano sullo schermo. Un racconto che corre su due binari, da un lato è quello personale del fotografo-narratore che ci racconta la sua storia d’amore tra il tormentato e l’etereo con Meimei, una ballerina di night che si esibisce con una vistosa parrucca bionda e un abito da sirena in una grande vasca; dall’altro quello in cui lo stesso fotografo ci racconta la storia di Mardar, corriere e piccolo delinquente al servizio di un boss, e di Moudan, figlia sedicenne del boss che viene affidata al ragazzo quando il boss stesso ha da fare con le sue amanti: tra i due nasce un legame sentimentale che si interrompe drammaticamente quando la ragazza capisce che Mardar si è prestato al suo rapimento a fine di estorsione. Moudan si getterà nel fiume Suzhou e non si troverà più. Mardar finisce qualche anno in galera e quando esce la sua ossessione è quella di  ritrovare la ragazza amata, fino a che non incontra Meimei, uguale come una goccia d’acqua all’amata Moudan.
Quella che potrebbe apparire come una banale storia d’amore come tante, narrata su un doppio binario spazio-temporale, è invece intimamente immersa in un’atmosfera urbana dominata dalla presenza del fiume che scorre dentro Shanghai e che come un libro aperto infestato di sporcizia galleggiante racconta la storia di una città e della sua gente che barcolla sotto i colpi dei cambiamenti tumultuosi e a volte persino drammatici che hanno sconvolto il tessuto sociale della Cina metropolitana sul finire del secolo scorso e gli inizi del XXI; il breve prologo con cui conosciamo la voce narrante del fotografo (non a caso Lou sceglie questa professione per il narratore) è quasi un’ode al fiume Suzhou, a Shanghai e ai suoi abitanti che lungo le sponde del fiume vivono e sopravvivono, inseguendo addirittura leggende e miraggi di sirene.
Le storie delle due coppie, distinte, ma poi di fatto convergenti ed intersecantesi sono invece la fotografia di una situazione sociale e personale che è abituale nei film dei registi della generazione di Lou Ye: solitudine, affanni amorosi che intossicano una vita difficile in cui tutto sembra sfuggire di mano, piccola delinquenza che sopravvive di loschi traffici, i dubbi e le paure per un futuro cui neppure il sentimento riesce a regalare un raggio di luce e di speranza. Come tanti personaggi di quel cinema splendido che è stato quello degli anni della trasformazione della Cina da grande gigante silente e arretrato a potenza economica dove comunismo e capitalismo vanno a braccetto seppur tra mille contraddizioni, i protagonisti di La donna del fiume – Suzhou River, sono gli eroi silenziosi, la gente comune che sbanda sotto i colpi dei cambiamenti e le cadute delle certezze, che si aggrappa all’amore per trovare una sicurezza difficile da raggiungere.
Cercami, se mi ami” questo dice Meimei al fotografo narratore, suggestionata dalla storia di Mardar e Moudan, perché per Lou l’amore è una ricerca continua, un rincorrere l’oggetto dei propri sentimenti, un affannoso aggrapparsi a qualcosa che dia vitalità alla propria esistenza: in questo l’opera del regista cinese è uno degli esempi più alti e nobili di racconto sul sentimento amoroso inteso più come generatore di affanni e di tormento che pacificatore dell’anima, amori sospesi nello spazio e nel tempo che non trovano mai la loro chiusura del cerchio ma che proprio per questo assumono i connotati dell’immortalità.
L’opera di Lou Ye, rivista alla luce dei 20 e passa anni di cinema cinese che l’hanno seguita, assume ancora più nitidamente i contorni del film imprescindibile, del caposaldo di quei registi come Lou, ancorati al loro movimento culturale, ma che ancora mantengono un legame con il passato glorioso della Quinta Generazione di Chen Kaige e di Zhang Yimou che fu il vero punto di partenza del cinema moderno cinese: rileggere oggi il senso cinematografico e culturale di La donna del fiume – Suzhou River alla luce di quanto abbiamo visto dopo, dimostra la modernità della pellicola, il suo imporsi come il perfetto connubio tra la dinamica (critica) sociale e l’individualismo intimo dei sentimenti con lo sfondo, quasi l’omaggio, all’atmosfera urbana che cambia i suoi connotati con il modificarsi della sua skyline; Shanghai per Lou è il pabulum della vita, una grande, sterminata landa percorsa dal fiume che dà nutrimento ai suoi abitanti sotto le forme più variegate e al contempo conserva e racconta le loro storie. Il regista è talmente legato alla sua rappresentazione sensoriale di Shanghai che in fase di restauro ha preteso la conservazione dell’audio originale che trasmette il senso della vita che scorre nella città affidandosi ai rumori delle macchine, dei motorini, alle grida, allo sciabordio del fiume sulle sponde.
Insomma ci sono voluti più di vent’anni per poter vedere sul grande schermo questa opera, ma grazie allo straordinario lavoro di restauro in 4K è valsa veramente la pena tanta attesa, soprattutto perché ci permette di rivisitare il film alla luce della sterminata produzione dei registi della Sesta Generazione seguita nei primi anni del XXI secolo fino ad oggi.
Aveva 26 anni Zhou Xun quando incantò il mondo nel duplice ruolo della ragazzina Moudan e della ballerina-sirena Meimei: fu la definitiva affermazione e il lancio di quella che è diventata poi una delle più brave e famose attrici cinesi; se Meimei in parrucca bionda e abito da sirena incanta per la sua elegante sensualità, la ragazzina Moudan intenerisce per la sua tenera ricerca dell’amore: in entrambi i casi Zhou dimostra tutta la sua bravura.
Viceversa la figura di Mardar, forse anche per la sovrapposizione inevitabile che si crea con la tragica storia personale di Jia Hongsheng, incute un mix di tristezza, pietas umana e ineluttabilità.

Si è molto parlato dei modelli che hanno ispirato Lou nel confezionare l’opera, e se il richiamo ad Hitchcock de La donna che visse due volte è praticamente inevitabile, e probabilmente voluto, appare un po’ forzato invece quello a In The Mood For Love di Wong Kar Wai, soprattutto per la storia d’amore tribolata impossibile, dilatata nel tempo, se non altro perché i due film sono praticamente coevi, anzi quello di Lou ha visto la luce qualche mese prima di quello di Wong, semmai quest’ultimo può essere fonte di ispirazione per quella tematica con Ashes of Time o ancor di più con Hong Kong Express; di certo alcuni respiri di grande cinema contemporaneo esalano da La donna del fiume – Suzhou River, a dimostrare come l’allora trentacinquenne Lou Ye fosse già, sin dai primi lavori, un cineasta di grande spessore come poi confermerà la sua storia professionale personale.

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