sabato, Agosto 13, 2022

Venezia 79: un copione già visto

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79, 90, 80esima edizione. La Mostra del Cinema di Venezia avanza, cresce, si sviluppa e aumenta nei numeri, non solo quelli degli accreditati, dei Paesi ospiti o delle delegazioni. Il 2022 è l’anno della 79esima edizione, ma è anche il compleanno numero 90 della signora del Lido che si prepara all’80esima edizione nel 2023. I numeri sono importanti, insomma! Eppure in questo crescere, in questo sviluppo, in questa linea di avanzamento generazionale, qualcosa rimane sempre uguale, anzi si modifica di pochissimo e non sembra crescere parallelamente all’età della Mostra. Stiamo parlando del programma, della selezione, dei film presentati nelle varie sezioni, delle visioni che il direttore Alberto Barbera e il comitato di selezione hanno deciso di portare sulla riva del mare di Venezia. Il 25 luglio, nell’affascinante biblioteca dell’ASAC (l’Archivio storico de La Biennale) a Venezia, il direttore, accompagnato dal presidente de La Biennale, Roberto Cicutto, si è svolta la conferenza stampa di presentazione della Mostra del Cinema 2022 (in un tempo complessivo inferiore di 19 minuti come ha sottolineato il presidente fuori onda) che ha rivelato uno schema di selezione e proposta sempre uguale e che forse ha bisogno di una rinfrescata.
Andiamo con ordine.

Orizzonti. 18 film in competizione, più i nove della sezione Orizzoni Extra (il concorso votato dal pubblico che propone film apparentemente più “leggeri”) e 12 cortometraggi. Orizzonti si presenta ai blocchi di partenza competitivo e ricco nei numeri, tanto da meritare una visione specifica nel grande turbine delle proiezioni. La domande quindi è: è necessario e utile guardare i film di Orizzonti considerando il suo numero elevato? La risposta è sicuramente, sì, perché si tratta di cinema, si tratta di visioni, si tratta di punti di vista. Eppure ciò che potrebbe scoraggiare anche il più ardito dei cinefili è la scelta dei film non per la mancanza di qualità (il presupposto è che se questi film sono alla Mostra risentono di un criterio di artisticità), ma perché da come sono stati presentati e proposti dal direttore Barbera sembrano film già visti. Orizzonti è la selezione delle proiezioni del cinema, delle riflessioni anche macroscopiche sul mondo, come disse Jonathan Demme quando fu presidente della giuria di questa sezione qualche anno fa, delle sperimentazioni del cinema portate avanti dai cineasti di domani; da alcuni anni questa sezione è divenuta un circuito chiuso. Orizzonti ormai si autoalimenta, proponendo i nuovi lavori di registi che nelle precedenti edizioni hanno già vinto qualche premio in questa sezione, attori che dopo aver conseguito qui l’alloro, tornano con un altro film o si mettono dietro la macchina da presa, come ha sottolineato, film dopo film, il direttore nella presentazione. Poi ci sono le opere prime in un numero sempre più o meno uguale. Quest’anno sono cinque (Victim di Michal Blaško, On the Fringe di Juan Diego Botto, Bread and Salt di Damian Kocur, To the North di Mihai Mincan e Autobiography di Makbul Mubarak) a cui si aggiungono il consolidato film italiano in apertura, Princess di Roberto De Paolis; una geografia di cinematografie che premia l’Europa (dieci film su 18 sono continentali); infine il film italiano tratto da un episodio di cronaca che quest’anno ricade sulla pellicola di Pippo Mezzapesa dal titolo Ti mangio il cuore, tratto dal romanzo omonimo di Carlo Bonini e Giancarlo Foschini che parla della spietata mafia foggiana, di cui Barbera, però, nella conferenza stampa ha ricordato più che questo dettaglio, il fatto che la protagonista è la cantante Elodie. In questa formula selettiva si inseriscono un film dall’Ucraina, Luxembourg, Luxembourg di Antonio Lukich e uno dall’Iran, World War III di Houman Seyedi. Comprendendo ciò, è quindi meritevole questa sezione di attenzione, di una visione specifica, tenendo presente concorso, extra e corti? Oppure si può incastrare una capatina in sala per vedere un singolo film? La risposta rimane sempre, sì, perché le sorprese possono sempre capitare. In una selezione, però, che ripropone più o meno, almeno sulla carta, sempre gli stessi punti di osservazione e che trova pochissima distribuzione dei cinema, quanto il pubblico può restare affascinato e sorpreso?

Fuori concorso. Cambia la sezione, ma lo schema rimane il medesimo. Il Fuori concorso nelle Mostre di Barbera ha sempre tenuto un’identità molto ambigua. In alcune edizioni è apparso come la sezione “di scorta” per i film che non hanno potuto essere presenti in Concorso; altri anni, invece, si è proposto come la vetrina per il cinema americano che vuole mettersi in evidenza in previsione della stagione. Nell’equazione Fiction-Non fiction-Serie tv- Cortometraggi, il Fuori concorso di quest’anno sembra proporre un’organicità maggiore rispetto agli altri anni, almeno sulla carta. Come sempre accade, accoglie, nella sottosezione Fiction, il film di chiusura che anche per l’edizione 79 della Mostra è italiano, di Francesco Carrozzini, regista patinato, dal titolo The Hanging Sun e un cast tutto di lingua inglese e il nostro Alessandro Borghi che dovrà dimostrare nei fatti se si merita questa collocazione. La Fiction si impernia anche sull’autorialità dei film di Lav Diaz, When the Waves Are Gone, la cui visione è stata definita dal direttore più “abbordabile” per tutto il pubblico rispetto alla media dei film del regista filippino; Call of God di Kim Ki-duk, lavoro postumo per questo poeta del cinema strappato troppo presto alla vita; Master Gardener di Paul Schrader, Leone d’oro alla carriera quest’anno. Si accostano a questi tre autori e al film d’apertura un film di genere western, Dead for a Dollar di Walter Hill, USA; Dreamin’ Wild di Bill Pohlad, USA; Pearl di Ti West, USA; infine un regalino dalla Warner, come ha affermato il direttore, Don’t Worry Darling di Olivia Wilde e il suo super cast a stelle e strisce. Insomma compreso il film di Schrader, sei pellicole di produzione statunitense su dieci film, solo nella sezione Fiction. Un numero considerevole che conferma lo schema di selezione di questa sezione. La sottosezione Non fiction si caratterizza per quell’organicità che è stata messa in evidenza qualche riga sopra, almeno sulla carta. Dal documentario ucraino Freedom on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom di Evgeny Afineevsky, a quello di Sergei Loznitsa, The Kiev Trial, all’indagine di Christopher Sharp e Moses Bwayo sul deputato antiregime ugandese Bobi Wine, dal titolo Bobi Wine Ghetto President, fino al doc di montaggio di Gianfranco Rosi, In viaggio, sui viaggi di Papa Francesco, fino a Nuclear di Oliver Stone e Gli ultimi giorni dell’umanità di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo, il tema politico-contemporaneo si precisa e si afferma. Questo dato di unicità, questo filo rosso rappresenta un po’ una novità per la selezione del Non fiction del Fuori Concorso. Continuando nell’analisi della sottosezione, non sorprendono per i nomi dei registi le categorie Series e Cortometraggi. La prima propone la visione intera delle miniserie The Kindom Exodus di Lars Von Trier e Copenaghen Cowboy di Nicolas Winding Refn  (ci auguriamo che sia meglio si Too Old to Die Young), mentre la seconda raccoglie i corti di Lucrecia Martel, Simone Massi e Sally Potter. Tutti questi ultimi saranno indubbiamente degli ottimi lavori, ma risuonano un po’ come delle situazioni di comodo, ossia dei lavori, soprattutto le due serie tv, che si sapevano già in uscita, già sponsorizzate, di registi già affermati e consolidati che hanno trovato con estrema facilità la loro finestra sul panorama del Lido.

Concorso Venezia 79. Qui lo schema di selezione di Barbera e dei selezionatori, rispetto alle precedenti edizioni, ha subito un piccolo cambiamento. La grossa truppa stars and stripes che negli ultimi anni ha affollato il Concorso, quest’anno è più ridotta. Dall’America arrivano White Noise di Noah Baumbach (film d’apertura della Mostra finalmente più autoriale rispetto ai precedenti), The Whale di Darren Aronofsky, Blonde di Andrew Dominik, Tár di Todd Field, il documentario All the Beauty and the Bloodshed di Laura Poitras e mettiamo anche Bones and All di Luca Guadagnino. Sei lungometraggi su 23 sono un record negativo per la Mostra. Forse l’incetta di film americani condotta da Thierry Frémaux al Festival di Cannes 2022 ha sortito i suoi effetti. A compensare la mancanza, Venezia 79 si incardina, quindi, sulle cinematografie europee. Quattro film sono italiani, Il signore delle mosche di Gianni AmelioL’immensità di Emanuele CrialeseChiara di Susanna NicchiarelliMonica di Andrea Pallaoro (produzione italo-americana); cinque film francesi, Saint omer di Alice Diop (opera prima di una regista francese che nella scelta fa eco al Leone d’oro dell’anno scorso); Athena di Romain GavrasA Couple di Frederick Wiseman (una produzione francese solo sulla carta, perché in realtà è americana); Our Ties di Roschdy Zem e Other People’s Children di Rebecca Zlotowsky; tre film inglesi, The Eternal Daughter di Joanna HoggThe Banshees of Inisherin di Martin McDonaghThe Son di Florian Zeller. L’Europa compensa ciò che l’America lascia e come si è visto nelle precedenti Mostre, quella continentale, riunificata sotto una bandiera comune, è la cinematografia seconda o prima. Dal resto del mondo? Bardo di Alejandro G. Iñárritu dal Messico; Love Life di Kôji Fukada dal Giappone; Argentina, 1985 di Santiago Mitre dall’Argentina e ben due film iraniani, Beyond the Wall di Vahid Jalilvand e No Bears di Jafar Panahi, film dovuto non solo per le indubbie capacità artistiche del regista, ma anche per la vicenda personale. In questo modo la Mostra e La Biennale dimostrano che il cinema è anche un mezzo per denunciare e manifestare gli orrori. Tornando a Venezia 79, questo concorso propone, come forse troppe volte abbiamo osservato, una geografia parziale del cinema, con una sbilanciata rappresentanza. La qualità sarà sicuramente indiscutibile, anche se ancora da valutare, però è evidente che forse, anche quest’anno, almeno a oggi, l’artisticità del concorso è sopraffatta dal nome, dal cast e dalla produzione. 

Considerazioni iniziali e finali. Insomma Venezia 79 è una sorpresa che risuona come già vista. In questa sede non vogliamo affermare che sia sbagliato individuare uno schema nelle selezioni dei film, bensì che di fronte a un’arte così mutevole e così varia nelle idee, nei punti vista, e nelle produzioni, qual è il cinema, forse sarebbe necessario rischiare, cercare qualcosa di nuovo un po’ in tutte le selezioni. Scardinare Orizzonti dallo schema opere prime-film di registi già passati in questa sezione, per invece dargli nuovi criteri, come la sperimentazione, temi più artistici, le scommesse alla regia. Non lasciare che il Fuori concorso risenta del prevedibile per lo spazio dedicato alle premier delle major americane e lasciare che anche la sezione Fiction abbia una sua definizione tematica. Poi, inoltre, se le serie tv e i cortometraggi del Fuori concorso devono essere ad appannaggio dei nomi noti, è meglio rivederle. Perché non investire anche in questa sezione in qualche scommessa, in qualche serie tv che non sia semplicemente un film spezzettato in più puntate? E infine il Concorso. Lo diciamo da anni che il baricentro della selezioni deve essere spostato, che ci deve essere più respiro e soprattutto che deve essere meno vetrina, ma parlare di più al mondo, all’uomo attraverso i suoi drammi e le sue gioie, indipendentemente da chi ha firmato la pellicola. In conclusione non basta alla Mostra del Cinema l’interessante e sempre avvincente sezione Biennale College, con le sue idee disincantate e pure, a compensare tutto questo. Serve, forse, un po’ di aria nuova nella selezione della Mostra del Cinema

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