martedì, Giugno 18, 2024

Per fare inquinare di meno gli aerei non basta ridurre la CO2

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Il Jet A-1, il carburante a base di cherosene e dal colore paglierino utilizzato nella maggior parte dei grandi aerei, è difficile da sostituire. Si tratta di una sostanza ricca di energia; per unità di peso, ne contiene almeno 60 volte di più rispetto alle batterie agli ioni di litio che alimentano le auto elettriche. Il Jet A-1 però, è anche estremamente dannoso per il clima. L’industria aeronautica ha gradualmente sposato gli impegni globali per eliminare le emissioni di anidride carbonica (CO2), promettendo di compensare i danni arrecati al clima con una serie di azioni, che vanno dalla piantumazione di alberi al ripristino delle zone umide, passando per i finanziamenti alle persone che si occupano di preservare ecosistemi che altrimenti verrebbero distrutti. Secondo un numero crescente di ricerche, tuttavia, questi sforzi tralasciano un aspetto cruciale: la maggior parte degli effetti del riscaldamento del pianeta riconducibili all’aviazione non sono dovuti all’anidride carbonica.

La combustione del carburante degli aerei rilascia una pioggia di particelle: zolfo, ossidi di azoto, fuliggine e vapore acqueo. A oltre diecimila metri, alcune di queste particelle si trasformano in nuclei attorno ai quali si raccoglie la condensa, che poi si congela rapidamente contribuendo a produrre le voluminose scie visibili ad alta quota. In presenza dei raggi solari, le molecole di azoto innescano una catena di reazioni che producono ozono e distruggono il metano atmosferico. Determinare gli effetti di questi fenomeni non è facile. Alcune di queste reazioni, come la distruzione del metano, contribuiscono a raffreddare la Terra. Altre, invece, la riscaldano. Tutto dipende dalle condizioni atmosferiche di ciascun volo,  che vanno moltiplicate per le decine di migliaia di aerei che solcano il cielo ogni giorno.

Non solo CO2

In un’analisi pubblicata l’anno scorso, un team internazionale di ricercatori ha attribuito alla sola aviazione il 3,5 per cento del riscaldamento totale registrato nel 2011, un dato che – nonostante possa sembrare trascurabile – è in rapida crescita. Gli autori dell’analisi hanno scoperto che circa due terzi del riscaldamento dovuto all’aviazione di quel periodo era causato da fattori diversi dalle emissioni di CO2.

Ecco perché alcuni scienziati sostengono che termini come la “neutralità delle emissioni di CO2” non abbiano un grande significato, almeno quando si parla di aerei. Se l’industria dell’aviazione vuole fare la sua parte per contribuire al raggiungimento degli obiettivi di temperatura globale, è meglio pensare in termini di “neutralità climatica“, sostiene Nicoletta Brazzola, ricercatrice di politica climatica presso il Politecnico di Zurigo. In uno studio pubblicato questa settimana su Nature Climate Change, Brazzola delinea i metodi per raggiungere la neutralità climatica, tra cui l’introduzione di norme più efficienti per i voli, nuove tecnologie come carburanti e batterie a basse emissioni di CO2 e un’intensificazione degli sforzi per rimuovere l’anidride carbonica dall’atmosfera che prendano in considerazione tutti gli effetti di riscaldamento prodotti dall’industria, oltre ovviamente alla riduzione del numero di voli. “Sarebbe necessario uno sforzo enorme per realizzare questo quadro di neutralità climatica solo con correzioni tecnologiche e senza cambiamenti nello stile di vita“, aggiunge Brazzola.

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