martedì, Settembre 27, 2022

Gli squali in Italia sono pericolosi o in pericolo?

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Il mare non è la nostra casa, ma ci comportiamo da padroni e rimaniamo allibiti se per caso incontriamo i suoi veri abitanti. Tra tutti, gli squali  ci fanno più paura. Sarà per l’iconografia cinematografica, per la fama di temibili predatori o per il loro aspetto un po’ primordiale. Un timore, in fin dei conti, infondato. Vediamo perché.

Gli squali nel Mediterraneo

Nel Mediterraneo ci sono oltre 80 specie di pesci cartilaginei, tra squali, razze e chimere. Per quanto riguarda gli squali, nel nostro mare sono presenti, per esempio, lamnidi come lo squalo bianco (Carcharodon carcharias) e lo squalo mako (Isurus oxyrinchus), carcarinidi tra cui la verdesca (Prionace glauca) e lo squalo bronzeo (Carcharhinus brachyurus), odontaspididi come lo squalo toro (Carcharias taurus), alopidi tra cui lo squalo volpe (Alopias vulpinus), sfirnidi come lo squalo martello maggiore (Sphyrna mokarran), e il cetorinide squalo elefante (Cetorhinus maximus).

Gli incontri con gli squali sono rari

“Gli incontri con questi animali sono in generale rari, nel Mediterraneo come nel resto del mondo”, spiega a Wired Sara Bonanomi, ricercatrice dell’istituto per le risorse biologiche e le biotecnologie marine (Irbim) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). “D’estate si assiste a un picco di avvistamenti sia al largo che vicino alle coste perché siamo noi a frequentare di più l’ambiente marino”. Imbattersi in uno squalo, per quanto non sia un evento frequente, è dunque sempre possibile. Con quali specie dipende dalla zona di mare in cui ci troviamo. Nonostante la popolazione sia in diminuzione, la verdesca è ancora abbastanza comune lungo i litorali adriatici centro-settentrionali, mentre di recente ci sono stati avvistamenti di squalo mako nel Mar Tirreno e nel Mar Ligure. Lo squalo toro e lo squalo martello, invece, non sono affatto comuni e le loro segnalazioni spesso si rivelano infondate. “Anche lo squalo bianco è presente nel Mediterraneo, ma oggi come oggi è davvero molto raro”, precisa Bonanomi. “Si trova soprattutto nelle acque prossime alle coste del nord Africa, e non è più un habituè delle acque italiane. In generale segue gli spostamenti delle sue prede naturali, cioè i tonni e i mammiferi marini: la diminuzione di queste specie ha comportato anche la contrazione della sua popolazione, accentuata nei secoli scorsi da battute di pesca mirata e catture accessorie in diversi attrezzi da pesca”.

Pericolo squali?

Se gli avvistamenti e gli incontri con gli squali sono da considerarsi rari, gli attacchi all’essere umano lo sono ancora di più (ne abbiamo parlato qui). “Gli squali sono animali schivi, che non ricercano l’essere umano. Non siamo sul menù neanche dei maggiori predatori e eventuali attacchi sono da considerarsi, il più delle volte, come reazioni all’invasione del loro habitat. Alcuni, poi, non sono in alcun modo pericolosi, come lo squalo elefante che, nonostante l’aspetto e le dimensioni (può raggiungere da adulto i 9 metri di lunghezza, ndr) possano trarre in inganno, ha file di denti di pochi millimetri”, continua Bonanomi. “Qualora capitasse di imbattersi in uno squalo, la raccomandazione è quella di mantenere quanto più possibile la calma e di allontanarsi dall’animale. Gli squali sono dotati infatti di sensi molto sviluppati che consentono loro di captare non solo sangue e urine, ma anche il campo magnetico di ciò che si trova in acqua nelle loro vicinanze. Meglio evitare di far captare segnali di agitazione che potrebbero innervosirli”.

Squali in pericolo

Per quanto la presenza di squali nelle nostre acque possa far impensierire qualcuno, è necessario sottolineare che questi animali statisticamente non sono un pericolo per l’essere umano. Non vale, invece, l’opposto: le attività umane stanno causando la riduzione delle popolazioni di molte specie, come testimoniano i dati raccolti dall’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (Iucn), nelle cui liste rosse (disponibili anche per l’Italia qui) sono elencate le specie a rischio. “Le cause principali sono la pesca accidentale e quella illegale. Spesso la cattura avviene quando l’animale non ha ancora raggiunto la maturità sessuale, che negli squali avviene molto tardi dato il loro lentissimo tasso di accrescimento”, aggiunge la ricercatrice del Cnr. “L’innalzamento delle temperature dei mari e lo spostamento delle fasce climatiche, invece, hanno un impatto molto minore sugli squali rispetto che su altre specie. Gli squali sono tra gli animali più antichi che esistano e la loro biologia consente di vivere molto a lungo, in certe specie anche centinaia di anni. Questa longevità, in qualche modo, li rende resistenti ai mutamenti dell’ambiente”.

Nonostante alcune specie di squalo siano protette ai sensi di diverse convenzioni, direttive, regolamenti anche internazionali, secondo Bonanomi si è fatto poco per la conservazione delle popolazioni nel Mediterraneo. Solo per fare un esempio, squalo mako e smeriglio (Lamna nasus) vengono ancora pescati e venduti illegalmente, spacciati per pesce spada. Per sensibilizzare la popolazione, migliorare la conservazione di alcune specie e promuovere pratiche di conservazione nel contesto della pesca professionale, l’Unione europea ha finanziato il progetto internazionale ELife, a cui partecipa anche il nostro Cnr. “Ciascuno, nel proprio piccolo, può contribuire a tutelare gli squali”, conclude Sara Bonanomi. “Bisognerebbe prediligere il consumo di pesce a chilometro zero e non consumare piatti esotici ottenuti da carne di squalo, e anche evitare prodotti cosmetici che contengano squalene ricavato dal fegato di squalo.

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