martedì, Settembre 27, 2022

In Silicon Valley la transizione dagli uffici allo smart working non è indolore

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Attualmente i dirigenti di Twitter possono spostarsi in tutto il mondo lavorando da uno qualsiasi dei 38 uffici dell’azienda, sparsi tra San Francisco, Sydney, Seoul, Nuova Delhi, Londra e Dublino.

Le cose, però, sono destinate a cambiare a breve. Il 27 luglio, la società ha inviato una nota ai dipendenti in cui comunicava la chiusura di un ufficio a San Francisco, l’abbandono dei piani per un nuovo spazio a Oakland, in California, e che il futuro di sette sedi è in fase di attenta valutazione nel quadro di una di riduzione dei costi. La società ha anche annunciato il ridimensionamento di altri cinque uffici a livello globale. Le decisioni fanno parte del tentativo di preparare l’azienda all’acquisizione da parte di Elon Musk e di ridurre il più possibile le spese.

Tendenza comune

Twitter non è la prima società a rinunciare ad alcuni dei propri uffici. All’inizio di giugno, secondo alcune indiscrezioni, Yahoo era sul punto di abbandonare il campus californiano  da circa 60mila metri quadrati a San Jose, che era stato completato alla fine del 2021. Nello stesso mese, Yelp ha annunciato che era vicina a introdurre lo smart working totale per tutti i suoi dipendenti e che avrebbe chiuso oltre 40mila metri quadrati di uffici negli Stati Uniti. Una settimana dopo è stata la volta di Netflix, che ha dichiarato di voler subaffittare più di 15mila metri quadrati di spazi per uffici in California nell’ambito di un più ampio ridimensionamento aziendale. In maniera analoga, a metà luglio Salesforce ha messo in subaffitto metà del suo grattacielo a San Francisco.

Secondo Daniel Ismail, analista della società di ricerca immobiliare Green Street, Twitter seguirà probabilmente la strada intrapresa da molte altre società nel settore: “Anche per le aziende tecnologiche, che hanno profitti e valutazioni tra i più alti al mondo, l’ufficio rappresenta ancora una spesa, che in futuro potrebbe non essere più essenziale“.

Su alcune delle principali questioni che stanno rapidamente cambiando il futuro del mondo del lavoro, le grandi aziende tecnologiche si sono trovate in prima linea. Dalla possibilità di lavorare in remoto da dovunque, adottata tra le altre anche da Meta, alla tendenza a passare meno tempo in ufficio e più a casa, le big tech si sono dimostrate disposte a sperimentare in misura maggiore e in anticipo rispetto alle aziende tradizionali, anche in virtù del fatto che spesso sono proprio queste aziende a sviluppare l’infrastruttura e i prodotti che rendono possibile il lavoro a distanza. Negli Stati Uniti, i dati dell’Ufficio statistico del lavoro mostrano che il 27 per cento dei lavoratori americani con “occupazioni informatiche e matematiche” ha lavorato a distanza nel corso delle ultime quattro settimane. “La pandemia ha dimostrato che il lavoro a distanza non solo è fattibile per molte aziende, ma che piace molto a tanti dipendenti e può essere produttivo“, spiega Ismail. A trarne beneficio non sono solo i lavoratori, ma anche i vertici dirigenziali. Il 2 agosto il Financial Times ha riferito che il capo di Instagram Adam Mosseri si trasferirà a Londra e non lavorerà dalla sede centrale di Meta in California. Mosseri ricalca le orme di colleghi come Javier Olivan – che trascorre più tempo in Spagna da quando ha sostituito Sheryl Sandberg come numero due di Meta – e Guy Rosen, responsabile per la sicurezza della società, che aveva pianificato di trasferirsi in Israele.

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