venerdì, Ottobre 7, 2022

L'idea della Cina di testare i pesci per il coronavirus è poco scientifica e poco utile

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La lotta senza quartiere della Cina per il contenimento dei casi di Covid-19, nell’ottica di perseguire un’ambiziosa e complicatissima strategia zero contagi, a volte assume dimensioni al limite del grottesco, sconfinando – se non nella follia vera e propria – quantomeno nell’anti-scienza. Quello che sta accadendo negli ultimi giorni, infatti, parrebbe andare oltre ogni ragionevole comprensione: dopo avere registrato appena 40 casi (in Italia sono decine di migliaia ogni giorno) nella città costiera di Xiamen nel distretto di Jimei, le regole e le misure di contenimento dei contagi sono diventate ancora più severe.

Oltre ai pescatori che rientrano in porto, anche i pesci catturati devono infatti essere sottoposti a tampone, per scongiurare un fantomatico rischio di contagio. Questa iniziativa – che non ha eguali in alcuna altra zona del mondo – è di fatto contraria a quanto espresso da varie organizzazioni sanitarie e scientifiche, che hanno messo in luce come (quantomeno a oggi) non ci siano prove sufficienti per dimostrare la possibilità di trasmissione del Covid-19 attraverso il cibo, e in particolare attraverso i pesci. Se anche questa trasmissibilità fosse in qualche modo verificata, si tratterebbe comunque di una probabilità remotissima, al pari della trasmissione tramite denaro contante o in zone non affollate all’aria aperta.

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Strategia zero contagi: una scelta scientifica o solo politica?

Nonostante i continui lockdown e le severe misure di restrizione imposte dal governo cinese, i casi nel paese continuano a crescere e si sono da poco superate le 2mila infezioni al giorno. Valori che, dati alla mano, non si registravano dal maggio scorso. Insomma, la missione di azzerare i contagi sembra sempre più difficile da portare a compimento, ma il governo parrebbe non volere gettare la spugna.

Per cercare di invertire la tendenza, di recente sono state messe in campo azioni di contenimento eclatanti, non sempre supportate da razionalità scientifica. Secondo le regole imposte già a fine luglio dall’amministrazione di Jimei, tutti i lavoratori a contatto con i pesci devono essere vaccinati e, soprattutto, sono tenuti a effettuare quotidianamente un tampone.

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