giovedì, Dicembre 7, 2023

Fuga nel Chianti classico, un ritorno alle origini

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Il wine resort Dievole © Alessandro Moggi

Il wine resort Dievole © Alessandro Moggi

Dievole, una meta super esclusiva

Una scelta in linea con la location perché qui tutto trasuda storia: la prima notizia che documenta l’esistenza della località di Dievole è infatti una pergamena risalente al maggio del 1090 che oggi è conservata all’interno del fondo Diplomatico Opera Metropolitana dell’Archivio di Stato di Siena e che faceva parte originariamente dell’archivio del monastero senese di Sant’Eugenio. Con questa pergamena l’abate del monastero, Rolando, «concedeva in livello a Guinizio del fu Sichelmo e a Rodolfino di Ardimanno tutte le case, mansi, terre ed anche vigne che il suddetto ente ecclesiastico possedeva nelle località di Valli e “Dieulele” (o “Dievlele): il censo pattuito per l’affitto dei terreni consisteva in sei soldi di denari lucchesi, due capponi e tre pani»: un affare se si pensa che oggi tutto il complesso è una delle mete più esclusive della campagna senese e che è una tappa gourmand obbligata anche se non si alloggia in struttura. La chef Monika Filipinska ha infatti pensato a una proposta di piatti legata al territorio e alle tradizioni del luogo, compreso un menù degustazione dove ad essere protagonista è l’olio

La spada nella roccia

Non molto distante da Dievole si trova l’abbazia di San Galgano che non ha il tetto, ma in compenso porta con sé una leggenda millenaria e soprattutto custodisce, a pochi passi, l’unica spada nella roccia conservata in Italia. La spada, un’arma che le analisi chimiche degli studiosi hanno confermato essere risalente al XII secolo, non è l’unica ad essere stata conficcata da qualche parte in Europa, ma non è da escludere che possa essere stata proprio la vicenda di San Galgano a ispirare la famosa spada nella roccia del ciclo arturiano di Chrétien de Troyes: la via Francigena era all’epoca il frequentatissimo ponte di collegamento tra la Francia e Roma. La spada, difficile dire come, ma evidentemente con un metodo a prova di bomba se è ancora lì dentro, ce la mise Galgano Guidotti, un cavaliere originario della vicina Chiusdino che, fatto voto di povertà, decise di rinunciare a tutti i suoi beni e ai privilegi di cavaliere per diventare eremita. All’epoca le rinunce erano spettacolari, non c’erano social attraverso cui annunciare urbi et orbi un cambio vita e quindi non restava che deporre le armi in maniera incisiva.

Un po’ meno poetica ed edificante la vicenda che ha portato l’abbazia a rimanere orfana del tetto. Costruita dai monaci cistercensi nel 1201 in un’epoca parecchio fiorente la chiesa fu, per molto tempo, una delle più importanti del centro Italia prima che peste e carestie portassero tutto il Paese in povertà. Il colpo di grazia al maestoso edificio però lo si deve non tanto alla crisi generale dell’epoca, quanto a uno degli abbati a cui era stata affidata che, per ripagare alcuni suoi debiti personali, vendette il piombo con cui era fatto il tetto della chiesa, lasciandola così scoperchiata.

Tra Chichibio e Panfilo

Se il Medioevo la vostra cup of tea il senese offre chicche da vendere, come i paesini di Certaldo e Monteriggioni: agglomerati di case arroccati sulla collina dove tutto, ma proprio tutto, trasuda antichità. Entrambi sono minuscoli e si girano in qualche ora, ma solo l’atmosfera che si respira merita una sosta per un pranzo o una cena tradizionale. A Certaldo Alta vi imbatterete in moltissime insegne che portano nomi noti: Osteria Chichibio il cuoco, Locanda Fiammetta, B&B Panfilo e così via. Spuntano personaggi del Decameron a ogni angolo perché questo borgo delizioso ha dato i natali, nel XIV secolo, a Giovanni Boccaccio, di cui è ancora visitabile la casa-museo dove si trovano anche un centro studi e una biblioteca che conserva diverse edizioni del Decameron

I riferimenti letterari in Toscana certo non mancano e Monteriggioni è un altro borgo medievale che ha a che fare niente meno che con la Divina Commedia: le quattordici torri che compongono la cinta muraria (in gran parte è ancora quella originale del XIII secolo) hanno infatti ispirato Dante Alighieri. Siamo all’Inferno, nel canto XXXI, e il poeta ricorre agli imponenti bastioni per descrivere i diavoli dei gironi: gli orribili giganti che paragona proprio alle torri. “[…] però che, come su la cerchia tonda / Monteriggion di torri si corona, / così la proda che ‘l pozzo circonda / torreggiavan di mezza persona / li orribil giganti […]”. 

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