mercoledì, Luglio 24, 2024

Nella Cuba stremata dalla crisi: paesaggi da sogno aspettando il grande ritorno dei turisti

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Cuba bella e maledetta. Cuba che piange e suona e canta per nascondere le ferite. Cuba che soffre e spera, segnata dalla pandemia che ha lasciato morsi sulla sua pelle ambrata risparmiando però i Cayos, angoli di paradiso che attirano ancora viaggiatori soprattutto dall’Europa. Tornare a Cuba da turisti non è semplice, bisogna arrivare preparati. ‘Havana la mas grande’ si legge sui cartelli entrando in città. Una volta era così, quando le strade della città facevano danzare gli stranieri a ritmo di musica, ogni sera era festa nelle case e davanti alla Bodeguita del Medio c’era la coda per assaggiare quei mojito che ispiravano Hemingway a scrivere i romanzi migliori. Si veniva qui in cerca di bellezza, trasgressione, amore, alla ricerca della libertà che quest’isola caraibica prometteva di dare.

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Fa male al cuore vedere come principalmente la pandemia e la conseguente mancanza di turismo – ma anche i dazi imposti negli ultimi anni dagli Stati Uniti e altri fattori – abbia ridotto allo stremo e alla povertà una delle mete più gettonate. La fortuna, poi, non è stata dalla sua parte: “Dopo l’incendio all’Hotel Saratoga, in cui hanno perso la vita più di 30 persone, fra cui bambini, la città non si è più ripresa”, racconta Maria, occhi cupi e gambe lunghe, disoccupata dopo che il Grand Hotel ha chiuso perché non ci sono turisti, lasciandola per strada. Lavorava lì quando la città aveva un altro aspetto. “Oggi è tutto più difficile per noi, ancora di più per i turisti che vengono qui per vacanza e restano delusi nel trovare l’Avana ridotta così”, confessa con una nota di amarezza.

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In alta stagione non si trovano macchine a noleggio disponibili. Ma anche a trovarne una, il rischio è di rimanere in mezzo alla strada perché la benzina è scarsissima. A cercare di far fronte al problema ci pensano i procacciatori di affari dell’ultimo minuto: segugi a caccia di turisti disperati e poco esperti, che possano abbindolare con offerte surreali: “Una macchina del Cinquantadue per girare l’isola in sei giorni al costo di 1.200 euro”. Pagamento solo in contanti, no pesos, solo euro.

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La questione del cambio valuta è diventata spinosa da quando il regime ha abolito la doppia moneta (quella locale e quella per gli stranieri) per eliminare le disuguaglianze, lasciando circolare soltanto il cup. Il cambio ufficiale oggi è di 24 cup per un euro, ma al mercato nero in mezzo alla strada e nei locali si riesce a ottenere fino a 110 cup. Così la caccia all’euro per i cubani è diventata una necessità per sopravvivere: comprare al tasso ufficiale, rivendere a quello parallelo. E adesso che quei pochi turisti sono tornati all’Avana vengono presi di mira. Camminare per le strade della capitale diventa faticoso, non soltanto per il caldo afoso ma per lo stress delle continue richieste da parte dei passanti. Che a volte assumono toni minacciosi: “Hai da cambiare soldi? Vieni a mangiare nel mio ristorante. Vuoi un taxi per un tour della città?” E ancora: “Hai il paracetamolo?”. Richieste di disperazione da parte di un popolo stremato dalla fame, che cerca ossessivamente nel turista una fonte di denaro.

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Alcuni giorni capita di vedere file infinite di persone in coda sotto il sole, davanti a negozi di alimentari per acquistare prodotti essenziali che si possono pagare soltanto in euro. Oggi è il giorno del pollo, ma si fa fatica a trovare acqua naturale in bottiglia. Che fine hanno fatto le gigantografie del Che e le fotografie di Fidel, i suoi discorsi alla radio, le armi sacre della rivoluzione conservate nel Museo de la Revoluciòn? E’ chiuso. Come anche il Museo de la Ciudad, fermo per ‘lavori di ristrutturazione’ che si protraggono ormai anni. Così si spegne l’Avana.

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Quarantotto chilometri di strada sospesa sul mare, sul ponte stradale più lungo del mondo che collega l’inferno al paradiso. Ogni giorno su El Pedraplèn sfrecciano i taxi gialli e gli autobus della Transgaviota per portare avanti e indietro i turisti dai Cayos, la zona degli isolotti da sogno fatti di sabbia come farina e mare cristallino dalle diverse tonalità di blu, azzurro, verde smeraldo. Vegetazione incontaminata, barriera corallina, pesci tropicali e grandi catene di resort: è la combinazione perfetta per fare la felicità dei viaggiatori, che scappano qui per trovare un po’di pace. Davanti a un mare spettacolare, spiagge immense e semideserte, piña colada servita direttamente sotto l’ombrellone, la pigrizia fa da padrona e si fa fatica a muoversi anche per un’escursione in barca: il paradiso è sulla terra. C’è poco da fare ai Cayos oltre a prendere il sole, passeggiare sui lembi di sabbia bianca fra le mangrovie, riempirsi gli occhi di tramonti e la bocca di rum. Ma si viene qui per questo, tanto che le escursioni organizzate nelle zone limitrofe non valgono la pena sia per il costo sia per le esperienze proposte.

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Dal finestrino dell’auto sembrano ancora più lontani, diversi, alieni. I villaggi delle città sono il cuore di quest’isola e a volte fotografarli fa male. Cani randagi denutriti che si accoppiano sotto i portici, donne cariche di bambini che aspettano sotto il sole un passaggio che non arriverà mai, chioschi sporchi dove uomini a torso nudo mangiano con le mani arroz e frijoles. La calura scioglie le strade, le case sembrano fatte di polistirolo, alcune non hanno i letti, altre un tetto sopra la testa. Una donna anziana è seduta su una sedia di legno davanti a casa, immobile, sembra che aspetti qualcuno in eterno. Vacche scheletriche brulicano ai bordi della strada, percorsa da uomini a cavallo e carretti sgangherati. E’ la quotidianità dei villaggi al limite delle grandi città, quelli che si attraversano in macchina in fretta per paura di essere risucchiati di questa realtà fatta di povertà e serenità. Perché qui le giornate trascorrono lente, senza troppe ambizioni né speranze, soltanto una vita tranquilla.

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Prima si sente la musica che si diffonde per le strade, poi si vedono i colori delle case basse e fatiscenti. E’ il primo impatto arrivando a Trinidad, perla dei Caraibi che ha conservato tutto il suo fascino ancestrale. I turisti venerano ancora la città in cui le carrozze trainate dai cavalli si trascinano per le vie fatte di ciottoli e sembra di stare in un romanzo ambientato nell’Ottocento. Città coloniale, placida, eterea. Intorno alle 16,30, quando la pioggia torrenziale tipica della stagione fa la sua consueta visita alla città, una delle strade principali diventa un guado, un miscuglio di fango e sassi che rende impossibile l’attraversamento. E’ un buon pretesto per fermarsi in qualche galleria d’arte a farsi raccontare le opere dagli artisti pieni di entusiasmo e aspettative, sempre con uno sguardo malinconico ai fasti del passato.

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Dietro al portone aperto di una scuola elementare non si sentono le voci dei bambini. Sono rimasti soltanto i banchi sgangherati fra le pareti scrostate, un ventilatore in mezzo alla stanza e sulla lavagna i compiti delle vacanze segnati l’ultimo giorno di scuola. La biblioteca è uno scaffale con decine di libri le cui pagine sono tenute assieme con il nastro adesivo e sui muri sono appese le poesie dei bambini. Un segnale di speranza. Quando il sole si fa più debole, i forestieri stanchi si lasciano cullare dalle note di qualche gruppo musicale, che dal tetto del locale diffondono musica popolare cubana, sempre con un omaggio al Comandante: “Hasta siempre”. Un mojito, un Cuba libre e la musica scivola libera nell’aria e nel cuore, mentre Trinidad si colora di arancione prima di entrare nella notte che farà ballare ancora, coinvolgendo tutti quanti in una grande festa.

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Hanno valigie di cartone dalle forme inconsuete, bagagli senza misura pieni di sogni e pochi vestiti. Si trascinano dietro storie che non possono raccontare e portano nel cuore grandi speranze per il futuro. Sono i passeggeri in attesa alla stazione dei treni dell’Avana, quelli che saliranno sul treno per Santiago in un viaggio che gli cambierà la vita. Ventotto ore. A bordo di un treno senza servizi igienici e senza vagone bar-ristorante. “E’ una follia. Non so come facciano, devono avere una forte motivazione e poco denaro per attraversare il paese così”, spiega l’autista del taxi mentre mi accompagna in aeroporto. Il volo l’Avana-Madrid-Milano impiega circa 11 ore, con tanti comfort. Penso alle 28 ore per Santiago, allo spirito di adattamento e alla forza di volontà di certe persone. Penso a questo Paese che soffre e stringe i denti, alle donne che hanno cambiato espressione del viso e non sorridono più come una volta, alle strade senza musica imprigionate nel silenzio. La speranza è che Cuba possa tornare ‘la mas grande’.

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