domenica, Luglio 14, 2024

Bardo, l’Otto e mezzo di Iñárritu è un viaggio visivo al di là e al di qua della vita

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Poetico e politico al tempo stesso, il film si dipana secondo un flusso di coscienza inarrestabile (che ha una sua logica svelata dal colpo di scena finale, a riprova della solidità di una sceneggiatura densa, ma mai scontata), toccando con grazia drammi che hanno segnato per sempre la vita del regista, dal confronto con il fantasma di suo padre di fronte a cui rimpicciolisce, alla perdita del figlio appena nato, rappresentato nel film da un lattante che non intende uscire dal grembo materno anche dopo anni dal parto (metafora umoristica per restituire l’incapacità di elaborarne il lutto). Sullo schermo si alternano dibattiti politici accesi accanto a scatenate scene di ballo e canto, migranti in fuga al confine tra Messico e Stati Uniti (in un setting che richiama la sua installazione VR Carne y Arena), accanto a riflessioni sulla storia del suo Paese – con tanto di dialogo con Hernán Cortés.

Insomma in questo film, che rappresenta la summa del suo cinema a livello anche stilistico, Iñárritu si toglie visibilmente ogni sfizio registico, divertendosi a giocare con i contrasti, accostando a filosofiche considerazioni sulla vita e sulla morte a battute ridanciane sul capitalismo (“Amazon ha comprato la bassa California, vendiamogli il Messico”). Esilaranti, quanto ben scritti, sono i confronti serrati tra il protagonista e il suo collega che vertono sul decadimento del giornalismo, in cui “i click sono il nuovo business delle multinazionali” e i giornalisti si riducono a meri intrattenitori like-dipendenti. Restano a lungo impresse diverse immagini suggestive, su tutte quella iniziale di un’ombra che vola sul deserto alla Birdman, e poi la battuta clou della sua vita, in cui “il successo è stato il mio più grande fallimento”.

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