venerdì, Ottobre 7, 2022

Bilancio Venezia 79: si poteva fare meglio

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Dopo la conferenza stampa di presentazione della 79esima Mostra del Cinema a fine luglio, quando vi abbiamo espresso la nostra opinione sulla selezione dei film e dopo averli visti sugli schermi del Lido e valutato la loro fattura, compreso i temi, posto in evidenza criticità e pregi nelle nostre Cronache da Venezia 79, non resta che tirare la linea alla fine delle operazioni per capire e discutere del risultato. Quest’ultimo, figlio di addizioni e molte sottrazioni, dimostra che l’edizione di Venezia 79 è stata mediocre, poco squillante, molto più attenta alla forma che ai contenuti. E sinceramente, per i 90 anni della splendida signora che è la Mostra del Cinema ci aspettavamo di vederla in tutto il suo splendore e non consumata da una gestione che è di fronte a un unico solo imperativo: cambiare.

Cosa ci ha detto il concorso. I film del concorso hanno deluso e poco convinto la stampa presente al Lido (ecco a che serve il pagellino con i giudizi, espressi in stelle, dei giornalisti che appare nel quotidiano Ciak in Mostra!). Come già espresso nelle nostre Cronache da Venezia 79, nella lunga selezione, composta da 23 lungometraggi, unicamente dieci hanno ottenuto una valutazione positiva dalla stampa; molti film, infatti, pensiamo soprattutto alla nutrita truppa di pellicole francesi e italiane, hanno prodotto scontento; solo Il signore delle formiche e Bones and All per l’Italia e Saint Omer per la Francia hanno ottenuto una valutazione soddisfacente (che poi, due film italiani… il film di Amelio è senza dubbio una produzione e un film italiano per narrazione, ma quello diretto da Guadagnino è solo nominalmente nostrano, tant’è che quando lui stesso ha ricevuto nelle mani il Leone d’argento – Premio per la Miglior Regia ha ringraziato la MGM e dopo Sky per avergli permesso di fare il film. Come vedrete voi stessi al cinema, il film è girato e narrato come fosse un film americano). E se vogliamo proprio andare a guardare il dettaglio, facendo una media delle recensioni della stampa italiana e internazionale, solo No Bears, Saint Omer, Argentina, 1985, Love Life e The Banshees of Inisherin hanno ottenuto plausi unanimi, mentre gli altri, tra cui il Leone d’oro All the Beauty and the Bloodshed hanno riportato giudizi altalenanti e non del tutto chiari. La dimensione di mediocrità, quindi, si esprime sia nei giudizi della stampa, ma anche in quello che dicevano i film. Se questi hanno parlato di temi importanti per la nostra contemporaneità, pensiamo a White Noise o The Son sull’idea di famiglia o Monica o L’immensità sulla questione dell’identità o Chiara di Susanna Nicchiarelli su una possibile trattazione della questione femminile, l’hanno fatto con molte limitazioni, retorica, poca innovazione e con sguardi da parte del regista che azzardavano quando e dove non dovevano.

Nel Fuori Concorso abbiamo trovato, al contrario, registi e film che hanno parlato molto della contemporaneità, come Lav Diaz, il documentario di Loznitsa, o anche Freedom on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom di Afineevsky o Nuclear di Oliver Stone. Sempre nel Fuori Concorso, inoltre, è stato confinato il cinema di genere di Walter Hill e ci inseriamo anche la serie tv scritta e diretta da Nicolas Winding Refn, Copenhagen Cowboys, che per come è stata descritta, è un unico film suddiviso in sei puntate. Perché, quindi, la direzione artistica della Mostra e il comitato di selezione non hanno azzardato e fatto veramente un passo ardito ossia, ad esempio, inserire una serie tv in una selezione di cinema? E in riferimento agli altri film sopra citati, perché non proporli nel Concorso a discapito del film di Rebecca Zlotowski, Les enfants des autres o di Les miens di Roschdy Zem o anche di Chiara, o The Eternal Daughter di Joanna Hogg? Infine: siamo d’accordo che Call of God ultima opera di Kim Ki-duk è un film abbozzato, ma perché non inserirlo lo stesso in Concorso per il rispetto verso l’autore che la Mostra ha sempre amato oltre al fatto di averlo più volte premiato? Lo stesso discorso per un altro Leone d’oro, Lav Diaz. A tal proposito The Eternal Daughter con la divina Tilda Swinton appare tra i film in Concorso principalmente perché interpretato dall’attrice Leone d’oro alla carriera e poi vediamo i due Leoni d’oro asiatici nel Fuori Concorso. Qualcosa non ci torna. Sommiamo a tutto questo anche il fatto che il direttore Barbera non manifestando un vero e proprio criterio cinematografico che accomuni la selezione del Concorso, non ponendo nella conferenza stampa di presentazione in evidenza un tema, uno sguardo d’insieme in grado di raccogliere tutte le visioni, ha permesso che il Concorso si sviluppasse con mediocrità, incardinato, pertanto, in visioni eterogenee e scarsamente collegabili. Senza contare il fatto che nella selezione del Toronto Film Festival leggiamo che sono transitati i film di Ulrich Seidl, Hong Sang-soo e Wang Xiaoshuai, tutti autori i cui film potevano risollevare le sorti del concorso di Venezia 79.

Come se non bastasse la giuria non ha aiutato. Il grande limite del palmares della Mostra del Cinema 2022 sono state le scelte della giuria presieduta da Julianne Moore. Sui 23 film in Concorso, anzi sui dieci meritevoli di un qualche premio, la giuria ha ristretto la lista dei premiati a sei, doppiando i premi come nel caso del Leone d’argento per la Regia a Guadagnino e del Premio Marcello Mastroianni a Taylor Russell, entrambi per il film Bones and All e ai due premi al film di McDonagh, per lui Miglior Sceneggiatura e Coppa Volpi al Miglior Attore, Colin Farrell. Anche in quest’ultimo caso, perché non dare la Coppa anche a Brendan Gleeson dal momento che The Banshees of Inisherin si basa sulla compenetrazione attoriale di entrambi? Per The Master di Paul Thomas Anderson alla Mostra del Cinema 2012 fu assegno il premio per l’interpretazione maschile ex aequo Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix. I film, inoltre, Argentina, 1985, Love Life, e ci mettiamo anche il film di Amelio, come mai non sono stati insigniti di premi che parevano meritare? Certo, voi direte, sono le scelte della giuria. Va bene, però il criterio geografico adottato nell’assegnazione dei premi delle ultime Mostre, sembra l’unico in grado di dare un minimo di criterio di giudizio alle giurie. Allora se dobbiamo fare un ragionamento di merito, il Premio Speciale della Giuria al film di Jafar Panahi sta un po’ stretto, come stona il Gran Premio della Giuria a Saint Omer, soprattutto perché Alice Diop è una regista valevole e meritevole, ma ancora giovane e non è il caso di insignirla di premi così rilevanti, altrimenti c’è il rischio che si bruci (la lista di registi che la Mostra ha messo in difficoltà in questi anni assegnandogli grossi premi è lunga: citiamo solo Lorenzo Vigas o il francese Xavier Legrand).

Se vi ricordate, avevamo detto che No Bears faceva cosa a sé per il Leone d’oro e invece ha trovato posto in un premio di consolazione. Coma mai? Forse la giuria non ha ben inteso il messaggio dell’opera di Panahi? Eppure sembrava chiaro! La giuria, al contrario, ha trovato molto chiaro quanto voleva comunicare Laura Poitras con il suo documentario, più di quanto hanno riportato i giudizi della stampa. Provate a leggerli e solo poche recensioni o critiche vi danno un giudizio sul lavoro della regista americana; molti, invece, si limitano a descrivere quanto si vede. Forse non è stato capito o diretto con efficacia? Anche in questo caso qualcosa non ci torna. Altra questione: perché la presidente di giuria non ha espresso un giudizio sui temi dei film in Concorso? Non era tenuta a farlo, certamente, ma dal momento che in tutti i giorni di Venezia 79 erano rimbalzati tra giornalisti e pubblico le parole chiave famiglia e identità, pareva ovvio che la giuria dicesse qualcosa, considerando, inoltre, che la direzione artistica della Mostra e il comitato di selezione non ha mai pensato di confermare questi punti di analisi in nessuna dichiarazione. E invece ha trionfato l’eterogeneità nei premiati e forse anche un po’ le visioni singolari.

Caro Direttore, ti scriviamo. Siamo giunti al momento in cui rivolgiamo le nostre parole al direttore della Mostra, Alberto Barbera. Una selezione mediocre che ha portato a un palmares discutibile (senza dimenticarci di quello di Orizzonti in cui la giuria ha compresso i premiati principalmente in quattro film all’interno di una selezione forse anche al di sotto della mediocrità) è frutto di una proposta generale dei film selezionati che, come detto in precedenza, ci aveva riservato sin dall’inizio molti dubbi. Se è vero, come ha scritto il Delegato Generale delle Giornate degli Autori, Giorgio Gosetti in un suo editoriale che la Mostra del Cinema deve saper mediare tra business, star system e cinema, Venezia 79 ci è sembrata molto propensa per la prima opzione. La Mostra del Cinema 2022 sarà più ricordata per i selfie e i lustrini del red carpet che per i film; il fatto, poi, che i giovani siano accorsi al Lido, non significa che questi amino o vadano al cinema, come ha sostenuto il direttore Barbera all’indomani della chiusura. I giovani vengono, da sempre, per vedere i loro idoli, poi, nella maggior parte dei casi, aspettano che il film che gli interessa, esca su qualche piattaforma on demand. È la realtà. Visto che l’andazzo è questo, proponiamo al Direttore di condensare nel Fuori Cconcorso tutti i film main streaming, quelli che attirano le grandi folle al Lido e lasciare in Concorso i film che rappresentano il cinema. Forse così facendo, con buona pace di Orizzonti che ancora non percorre una traccia riconoscibile di costruzione e sviluppo, avremmo una maggiore definizione di questi concorsi e un buon bilanciamento tra l’anima commerciale e artistica del cinema.

A Venezia 79, caro Direttore, inoltre e soprattutto, è mancato l’azzardo, il saper osare e una scelta coerente tra i film da sistemare nei concorsi (vedi la questione degli ex Leoni d’oro sopra accennata). È mancato il guizzo, la visione sconquassante, è mancato lo spirito del cinema. La Mostra sembra diventata una rassegna di cinema pigra, svogliata, in mano più a logiche di nomi e produzioni che di criteri di cinema, soprattutto nel Concorso. Di certo l’innovazione tanto sventolata nelle dichiarazioni successive alla chiusura non può risiedere nell’assegnazione del Leone d’oro a un documentario. Nel 2022 dobbiamo ancora considerare il documentario un’innovazione? Non crediamo davvero. L’innovazione sono gli sguardi dei registi, sono le sfide della visione; è anche proporre in Concorso una serie tv che assomiglia a un film o riportare nella selezione del concorso punti di analisi e sensibilità che non si limitino all’asse Stati Uniti-Europa; in Asia ci sono numerosissime cinematografie che vanno dalla Turchia al Giappone, passando per la Cina e l’India, come anche in Sud America, cinematografie che attendono unicamente un cenno della Mostra. E poi, caro direttore, non mettere in evidenza in nessuno intervento il tema generale della famiglia e dell’identità di genere, nemmeno nella conferenza stampa che lei e il Presidente de La Biennale avete fatto in compagnia di alcuni giornalisti della carta stampata italiana e in cui i giornalisti internazionali e il web non sono stati invitati, significa marcare ancora di più il carattere mediocre della selezione. Connotare in un qualche modo il Concorso, può fornire una chiave d’accesso a chi guarda i film così da osservarli diversamente. 

Cosa resterà di Venezia 79? Il 6% in più di biglietti venduti che è il dato che sembra interessare maggiormente a La Biennale. Rimane un comitato di selezione e un direttore che hanno bisogno di osservare il cinema con altri occhi e togliersi dagli schemi consolidati di selezione per aprirsi al nuovo e all’innovazione; è necessario che riflettano su come il cinema interpreti il mondo di oggi. Rimangono anche dichiarazioni discutibili sempre del direttore Barbera il giorno dopo la chiusura di Venezia 79, quando ha affermato come la presenza femminile sia nel Concorso, che nella giuria e nei premiati sia stata rilevante, quando fino a qualche tempo fa affermava che non è importante se il film è diretto da un uomo o una donna, ma che sappia raccontare qualcosa. Rimane il fatto che la Mostra deve saper rischiare a azzardare (perdonateci se lo ripetiamo, ma è un concetto importante), perché così anche gli esercenti potranno azzardare nella proposta e forse il pubblico, anche quello più giovanile, potrà accedere alle sale per vedere la magia del cinema. Infine, rimangono, come avete visto, tante domande a cui nessuno ci dà, da tempo, risposta.

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