martedì, Settembre 27, 2022

L'Italia discrimina ancora i diritti delle persone trans alle urne

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Quando ho votato la prima volta avevo 19 anni: ero già in terapia ormonale, avevo la barba, ma mi sono dovuto mettere nella fila delle donne. Qualcuno ha provato a dirmi che avevo sbagliato, io tagliavo corto e non davo spiegazioni, fino a che un ragazzo non è diventato insistente: sono stato costretto a rivelare che mi trovavo in un percorso di transizione di genere. Sentivo il peso degli sguardi, e anche mia sorella che mi accompagnava era visibilmente a disagio. Per anni poi non ho più votato: era troppo stressante, proprio come il fatto di fare sport e dovermi cambiare in spogliatoio”. Christian Cristalli, 34 anni, è uno delle migliaia di persone transessuali che in Italia subiscono discriminazioni alle elezioni. In Italia infatti i registri elettorali sono ancora divisi per genere, e spesso anche le file sono differenziate: il personale non è formato e si trova impreparato a gestire queste situazioni. Andare al seggio può quindi rappresentare un momento di coming out forzato, che non tutti si sentono di affrontare: il risultato è che molte persone trans e non binarie scelgono di non votare, rinunciando così a un diritto previsto dall’articolo 48 della nostra Costituzione.

La prima volta che sono entrata in un seggio mi è stato chiesto qualcosa che mi sembrava superato: ‘Dividetevi tra maschi e femmine’”, ricorda Andrea Ruggeri, 30 anni, di Palermo: “Mi sono sentita come alle elementari: io sono una persona non binaria e dunque non ho un percorso di transizione evidente. Non capivo sulla base di cosa mi venisse fatta quella richiesta”. Da allora, Andrea è andata a votare vestita da uomo, per evitare situazioni imbarazzanti. Un giorno però ha deciso di presentarsi con lo smalto e con indumenti femminili. “Volevo dare un segnale e rivendicare il diritto di voto delle persone trans – dice -. La confusione che si è creata nel seggio mi ha fatto sentire spogliata: è stato sbandierato qualcosa di estremamente intimo, come se ci fosse bisogno di catalogarmi e sapere dove mi colloco, per salvaguardare l’ordine esistente”. 

Le procedure di voto in Italia sono regolate da una legge che risale al 1967: si tratta del decreto del presidente della Repubblica numero 223, che all’articolo 5 stabilisce che le liste elettorali siano suddivise per genere. Da qui nascono i problemi per tutte quelle persone transessuali che hanno documenti che non corrispondono alla propria identità. Non tutte le persone transessuali scelgono di intraprendere la rettifica anagrafica che permette di cambiare il genere sui documenti: l’iter burocratico (disciplinato dalla legge 164 del 1982) è lungo e complesso e necessita tra le altre cose di una sentenza di un giudice in un tribunale civile. Ci possono volere mesi, a volte anche anni, e per chi non ha la possibilità di accedere al gratuito patrocinio ci sono spese legali onerose da affrontare.

Io sono una persona gender queer e ho avuto l’occasione di votare solo una volta da quando sono maggiorenne – racconta Ale (il nome è di fantasia), 19 anni -. Al seggio mi è stato imposto di mettermi nella fila femminile: ero molto a disagio, non c’era nessuna possibilità di votare in una cabina elettorale neutra, dovevamo essere etichettati o come uomini o come donne”.

La campagna degli attivisti

In occasione delle elezioni politiche del 2018, l’associazione Gruppo Trans di Bologna ha avviato la campagna Io sono, io voto, per chiedere di aggiornare le procedure di voto e superare una legge ormai obsoleta. Nel 2020 è stata lanciata una petizione sulla piattaforma Change.org, indirizzata al ministero degli Interni e alla presidenza del Consiglio dei ministri, che ha raccolto più di 5mila adesioni ed è stata sottoscritta da oltre cento associazioni. “Le firme sono state consegnate alla ministra Luciana Lamorgese, che però non ci ha mai risposto – racconta Christian Cristalli, che oggi è il presidente del Gruppo Trans -. La richiesta risulta protocollata, ma per ora non si è mosso nulla”.

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