mercoledì, Febbraio 8, 2023

Cosa succede adesso in Italia?

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Sull’altro fronte, le opposizioni si presentano in Parlamento (per ora) divise e soprattutto con dinamiche del tutto diverse a governarne i movimenti dei prossimi mesi: il Pd esce dalle urne col minimo sindacale – che visto il clima non era poi così scontato – ma sotto la soglia simbolica del 20%, raccogliendo 5,2 milioni di voti. Alle politiche del 2008 furono 12 milioni, l’anno dopo alle europee 8, poi nel 2013 alle politiche 8,6 milioni, ancora 11 alle trionfanti europee renziane del 2014 e infine 6 milioni sia alle politiche del 2018 e alle europee dell’anno dopo. Il tonfo popolare è forte e, se in gran parte attribuibile ai mal di pancia di cui sopra e al saccheggio terzo-centrista, sconta le ambiguità dei governi giallo-rosso e l’incapacità di fare spazio a idee e volti nuovi, di parlare con voce chiara e toni netti sui temi che disegnano – o dovrebbero disegnare – un rinnovato perimetro elettorale. 

Ma il Pd sconta la storica desertificazione del campo di centrosinistra. Sta sempre ai dem tirare il carro di quell’area, dove non esistono “junior partner” degni di questo nome: non un grande partito verde alla tedesca o alla francese, non una formazione liberale (il cartello Calenda-Renzi non lo è, e comunque ha stracciato ogni accordo 48 ore dopo averlo sottoscritto), non una formazione d’opinione radicale che riesca a superare il pantano del 3% su battaglie che, incredibilmente, raccolgono invece l’adesione di gran parte degli italiani. Il problema a sinistra non è solo il Pd: è che a sinistra del Pd non c’è niente, o niente di politicamente appetibile che lo spinga a cambiare, e questo alle elezioni, specialmente con una legge che obbliga alle coalizioni, si sente. Alla sua destra ci sono invece Calenda e Renzi, così furbi da portare a casa meno seggi di quelli che forse avrebbero ottenuto dentro il campo di centrosinistra.

Anzi no. Per molti c’è il Movimento 5 Stelle, che pur dimezzando i voti del clamoroso 2018 riesce nella surreale impresa di apparire vincitore di un’elezione in cui, davvero come un incantesimo (con l’aiuto del reddito di cittadinanza), Giuseppe Conte – il premier dei decreti sicurezza e dei governi con chiunque – è riuscito a farsi perdonare praticamente tutto. Lavoro semplice: si è fatto scudo di quel beneficio con cui moltissimi sono usciti dalla soglia di povertà, molti altri percepiscono lavorando in nero, alcuni sfruttano indebitamente e che non funziona perché non lega al sussidio un chiaro patto di cittadinanza: c’è il diritto ma non c’è il dovere. Ma il Movimento 5 Stelle non è centrosinistra, anche se indossa barba e baffi finti a seconda delle brevi stagioni che attraversa: è un contenitore di qualunquismi e assistenzialismi che brillano di sfumature diverse a seconda dell’aria che tira e con cui sarà difficile ritrovarsi in aula. Ma almeno Conte ha capito che una qualche campagna elettorale andava fatta. Altri non sembrano  neanche essersi resi conto che era iniziata. 

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