venerdì, Luglio 19, 2024

Privacy, la strategia di Biden non risolverà i problemi tra Europa e Stati Uniti

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Arriva finalmente nella sua fase attuativa il nuovo accordo sul trasferimento dei dati personali tra Unione europea e Stati Uniti, che ha l’obiettivo di tutelare i diritti degli europei in materia di privacy dalle operazioni di sorveglianza dell’intelligence di Washington. Il presidente statunitense Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per la creazione di un quadro di riferimento a tutela della privacy, delle libertà civili e per semplificare le procedure di ricorso in caso di violazione dell’accordo. Tuttavia, secondo l’Organizzazione europea dei consumatori (Beuc) e per le associazioni per la tutela della privacy europee e statunitensi, le misure previste non sarebbero sufficienti a proteggere adeguatamente gli utenti.

  1. I precedenti
  2. L’obiettivo
  3. La corte indipendente

Il Garante europeo per la protezione dei dati fa ricorso contro il nuovo regolamento dell’Europol, che assegna all’agenzia di polizia grandi poteri sull’uso delle informazioni. Uno schiaffo a Consiglio ed Europarlamento e una domanda: il blocco dei 27 vuole essere ancora il campione della privacy?

I precedenti

L’obiettivo dell’accordo sarebbe quello di chiudere la frattura che si è aperta nel 2020 tra le due sponde dell’Atlantico, quando, per la seconda volta, una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgeu) ha cancellato lo schema di scambio in vigore, il cosiddetto Privacy shield. In quell’occasione, la Cgue ha richiesto che la sorveglianza degli Stati Uniti sia proporzionata, ai sensi dell’articolo 52 della Carta dei diritti fondamentali (Cfr), e che venga garantito un accesso semplice al ricorso giudiziario, in base all’articolo 47, ai cittadini dell’Unione che ritengano di essere stati illegalmente presi di mira dalle attività di sorveglianza statunitensi.

L’ordine esecutivo di Biden, cioè una direttiva rivolta al governo federale e non una legge, arriva a seguito di un percorso annunciato a marzo 2022 da una nota congiunta tra Washington e Bruxelles, che sanciva l’inizio dei lavori per risolvere i problemi normativi, costati due verdetti contro le precedenti intese, il Safe harbour nel 2015 e il Privacy shield nel 2022. Si tratta delle cosiddette sentenza Schrems I e Schrems II, dal cognome di Max Schrems, l’attivista austriaco e presidente onorario dell’associazione per la tutela dei dati personali Noyb, che portò in tribunale Facebook proprio per il non chiaro trattamento delle informazioni da parte del social network.

I garanti della privacy al G7 di Bonn

L’incontro dei garanti dei dati personali delle sette economie più potenti al mondo fissa i punti di un flusso libero di dati a livello internazionali. Spingendo su tecnologie di crittografia, regole che minimizzino l’uso di informazioni e standard condivisi

L’obiettivo

Tramite il nuovo ordine esecutivo, Washington ha promesso di rafforzare le tutele per la privacy e per le libertà civili, nel contesto della raccolta di dati da parte dell’intelligence statunitense, per consentire solamente attività necessarie e proporzionate. Prevedendo inoltre un sistema di ricorso in due fasi, per consentire ai cittadini europei di chiedere un risarcimento nel caso sia soggetti a operazioni di sorveglianza illegali, diviso tra un organo di controllo delle agenzie di intelligence e un “tribunale” con giudici indipendenti, le cui decisioni sarebbero vincolanti per le agenzie.

“Sebbene sia positivo che il nostro contenzioso porti ora a una reazione da parte del presidente degli Stati Uniti, questo ordine probabilmente non risolverà il problema”, hanno scritto gli attivisti di Noyb commentando la vicenda, perché non eliminerà la “continua sorveglianza di massa statunitense e creerà un “tribunale che non è un vero e proprio tribunale. Infatti, nonostante l’ordine esecutivo autorizzi solo attività di sorveglianza “necessarie e proporzionate”, non viene fatto alcun riferimento a una riduzione della sorveglianza di massa da parte dell’intelligence e, secondo Noyb, “tutti i dati inviati ai provider continueranno a finire in software di sorveglianza come Prism o Upstream”.

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