lunedì, Novembre 28, 2022

Master Gardener – Recensione

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Narvel Roth è il giardiniere attento e preciso di Gracewood Gardens, la tenuta della ricca vedova Mrs. Norma Haverhill. Si prende cura dei terreni, ne conosce la chimica e le evoluzioni e le sfumature stagionali. Allo stesso modo è alta la devozione nei confronti della sua datrice di lavoro. Un giorno, questa chiede a Narvel di insegnare il mestiere alla sua giovane e inquieta pronipote che vive allo sbando in città. Inizialmente l’uomo appare titubante, ma poi conosce e capisce la ragazza così tanto che tra i due si crea una simbiosi e unione che porta all’emersione e al confronto reciproco su ciò che sono stati e su come vogliono vivere il loro presente.
Nulla di nuovo sul fronte Paul Schrader. Il Leone d’oro alla carriera della Mostra del Cinema di Venezia 2022, nonché teorizzatore e narratore di quella visione dell’America lontana dalla vita dorata della West Coast, torna dietro la macchina da presa per completare la sua trilogia. Il perno di questi tre film, First Reformed, Il collezionista di carte e appunto Master Gardener, è un uomo maschio e bianco, di mezza età, solitario che sente il bisogno di essere punito, che sta aspettando l’arrivo di quella punizione, per poi sperare che questa sia una redenzione. A ben guardare, niente di nuovo nella poetica del caro Paul, insomma. Questo paradigma dell’essere umano gli appartiene sin dalla scrittura della sua prima sceneggiatura, Taxi Driver, per poi rimodellarlo, camuffarlo e torcerlo nel corso della sua carriera da regista e sceneggiatore. Anche in questa ultima opera, quindi, Narvel Roth, interpretato da Joel Edgerton, è un uomo che fa i conti con il suo passato, che ha diversi enigmi, che fa un lavoro in cui tendenzialmente è isolato, e che cerca di trovare la sua redenzione in un personaggio più giovane. Il lavoro di capo giardiniere, infatti, lo tiene lontano dai fantasmi del suo passato di cultore dell’idea del suprematismo bianco che però ogni sera tornano vivi perché li porta scritti sulla pelle. In più il gioco di ruoli, quasi di sottomissione, che intesse con la ricca vedova Mrs. Norma Haverhill (Sigourney Weaver), è frutto di quella ricerca di punizione e di castigo che contraddistingue la sua vita attuale. Come mostrato anche in First Reformed e ne Il collezionista di carte, e come già accennato, tale punizione si tramuta in redenzione. Al contrario di quanto Schrader ha mostrato nei suoi film precedenti, però, in questa trilogia il sacrificio non è più un atto estremo pagato con il costo anche della propria vita. In Master Gardener, questo passa attraverso un processo doloroso e sentito come necessario di confronto ed espiazione che si risolve nella redenzione. Narvel conosce, studia, cerca un legame con la giovane Maya (Quintessa Swindell), afroamericana e maledetta che scappa da un presente governato da droga, sballo, maschilismo e brutalità. Anche lei è in fuga, quindi, e cerca il silenzio e la solitudine nel giardino di Mrs. Norma Haverhill. Il giardiniere capisce ciò, al punto che quando i giovani sbandati che popolavano la vita di Maya si affacciano in quel giardino, i due sono costretti a scappare, portando Narvel a sacrificare il suo rapporto con la ricca vedova. Sono due dannati che in fuga, si confrontano, si pentono e rinascono. E qui Schrader conferma tutta la sua autorialità girando la scena in cui l’uomo e la giovane nella penombra di una stanza di motel, si spogliano, confrontano e studiano i loro corpi, memoria del loro passato attraverso cui vivere nuovamente. Non è più, dunque, il tempo delle fustigazioni, ma dell’espiazione delle colpe e dell’esposizione naturale di fiori e frutti che si dischiudono e rivivono di colori al loro passaggio.

Insomma il solito Schrader, si potrebbe dire. Si può anche aggiungere, per fortuna! Il regista americano conferma e consacra il suo cinema con Master Gardener proponendo tutta la sua poetica visiva, la voce fuori campo che racconta pensieri e turbamenti, i campi e controcampi nei lunghi confronti tra i protagonisti, la ricerca nelle inquadrature di quei dettagli di vita che definiscono la volontà di sopravvivenza dei personaggi principali. La storia esiste, pertanto e unicamente, all’interno della soggettività dei personaggi, come è stato anche per William Tell ne Il collezionista di carte e per il Rev. Ernst Toller in First Reformed e muta e si sviluppa nei loro processi evolutivi e di consapevolezza. 

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