mercoledì, Febbraio 8, 2023

Ischia, condono: quello del 2018 a Ischia è stato peggio

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Dentro e intorno alla frana che sabato 26 novembre a Ischia è costata la vita a sette persone, fra cui un neonato di appena 21 giorni, e un’incalcolabile devastazione a Casamicciola Terme si è scatenata una polemica parallela legata all’ultimo provvedimento che si è occupato dell’abusivismo – endemico e con numeri da triste primato mondiale – sull’isola. Il famigerato decreto sul ponte Morandi di Genova del 2018 firmato dall’allora presidente del Consiglio della maggioranza gialloverde Giuseppe Conte. Molti, fra cui Matteo Renzi, lo hanno accusato di aver dato vita al quarto condono dopo quelli del 1985, del 1994 e del 2003. Il leader del Movimento 5 Stelle si è difeso alla trasmissione Mezz’ora in più su Rai3: “Per accelerare le pratiche impantanate noi abbiamo introdotto l’articolo 25 che non è un condono, ma una procedura perché si espletasse più celermente l’esito delle pratiche”.

Il decreto

Dove sta la verità? Nel bel mezzo di un tipico pasticcio all’italiana. Tecnicamente, quell’articolo introdotto nel decreto legge 109 del 2018, poi convertito con alcune modifiche dalla legge 130 del 2018, non è un condono (anche se, come è stato fatto notare, il titolo menziona il termine “condono”). A leggere bene tutti i passaggi, l’articolo dice in sostanza di accelerare la valutazione delle istanze di condono già presentate negli anni passati per le abitazioni colpite dal sisma del 2017. La sera del 21 agosto di quell’anno, infatti, sempre Casamicciola Terme venne colpita da una scossa di magnitudo 4.0 che provocò due vittime e una quarantina di feriti oltre al crollo e il danneggiamento di numerosi fabbricati.

Sono istanze presentate a partire dal 1985 (condono Craxi-Nicolazzi) in tre diversi ed effettivi condoni – gli altri ad opera del primo e secondo esecutivo Berlusconi – ma rimaste inevase. Ora, dopo il sisma del 2017, il governo si rende conto di un quadro surreale: per poter procedere all’assegnazione dei contributi di ricostruzione ad almeno 1.100 abitazioni danneggiate occorreva prima concludere quelle valutazioni. Altrimenti, avremmo assegnato fondi pubblici di ricostruzione senza sapere se i beneficiari, alla luce delle istanze di condono, ne avessero diritto. Si può poi obiettare che mai un edificio abusivo dovrebbe ricevere soldi pubblici per essere ricostruito ma semmai abbattuto: è sacrosanto moralmente ma, con una domanda di condono regolarmente presentata secondo le norme dell’epoca, c’è tutto il diritto di vederla esaminata e quindi, se approvata, godere degli stanziamenti. Questa la ratio di quell’articolo del 2018 per cui Conte è finito nell’occhio del ciclone nelle ultime ore.

Per questo prima il decreto mette il turbo a quelle domande (ordinando di evaderle entro 6 mesi) anche se poi, nella conversione in legge alle camere, vengono reintrodotti almeno alcuni paletti, riconducendo in parte i parametri di valutazione al decreto legge 326 del 2003, più rigidi di quelli delle due precedenti normative degli anni Ottanta e Novanta, reintroducendo la valutazione paesaggistica e specificando che “il contributo comunque non spetta per la parte relativa ad eventuali aumenti di volume oggetto del condono”, che a dire il vero non si capiva poi bene cosa volesse dire. 

Pioggia di istanze

Vale la pena ricordare che stiamo parlando di un’isola dal punto di vista urbanistico ed edilizio ormai perduta: in certi comuni un residente su due ha presentato una domanda di sanatoria e si è costruito praticamente ovunque, specie fra anni Settanta e Ottanta. Nel complesso, sono circa 27mila le istanze depositate negli anni, quelle esaminate ancora oggi appena 1.300. Si è dunque scelto il silenzio, l’omertà, il congelamento della situazione in spregio al paesaggio, alla legalità e alla sicurezza. Per assurdo, la norma voluta dal Movimento 5 Stelle – al netto delle pressioni per strappare un tornaconto elettorale locale – sembrava reintrodurre un pezzo di logica mancante: capiamo quali domande vanno accettate e quali no per poter assegnare i soldi in modo minimamente più sensato. Il punto è che, pare di capire, quell’articolo non è comunque servito a granché: molti, nel timore di veder censita e compromessa l’abitazione, non li hanno impiegati lasciando a terra i detriti del sisma, come spiega Repubblica.

Da una parte sembra insomma un provvedimento in qualche modo obbligato. Dall’altra, e fuori dai tecnicismi, si tratta ovviamente dell’enorme nodo stretto negli anni. E dell’apoteosi dell’abusivismo, sottocultura del vivere italiano e del legiferare in seguito: ci raconta il modo in cui interi pezzi di paesi sono stati dati in pasto a questo modus vivendi per incuria, interessi elettorali (la norma su Ischia fu di fatto uno scambio politico con il condono fiscale voluto dalla Lega) e criminalità pura. Che aggrava i bilanci di questi eventi meteorologici e sottrae risorse alla messa in sicurezza dei territori causando conseguenze drammatiche. Una sottocultura che è molto difficile contrastare ex post: tra il 2003 e il 2016 a Ischia sono state emesse 1.242 ordinanze di demolizione ma ne sono state eseguite solamente 212. Allargando lo sguardo, ogni anno vengono costruite in Italia almeno 20mila abitazioni abusive. Nel 2018 come (e soprattutto) in precedenza si sarebbero potute fare scelte diverse e cogliere la pur triste opportunità per lanciare una rifondazione sostenibile dell’isola.

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