mercoledì, Febbraio 8, 2023

When the Waves Are Gone – Recensione

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Il tenente Hermes Papauran è un bravo investigatore, forse il più brillante della polizia filippina. Si trova coinvolto in una delle operazioni contro il traffico di stupefacenti e vede con i propri occhi gli abusi, le esecuzioni sommarie e più in generale l’omicida campagna antidroga che presidente Rodrigo Duterte sta compiendo. Va a fondo della questione e si documenta entrando in contatto con un fotografo che immortala tali atrocità e sempre più disgustato arriva a denunciare il suo sergente istruttore coinvolto in questi reati, Primo Macabantay. Mentre Hermes sviluppa una grave forma di psoriasi che ne devasta tutto il corpo ed è costretto a ritirarsi in un luogo lontano, sulla spiaggia, dalla sorella, Primo è graziato dal presidente e programma la sua vendetta contro l’allievo. La sete di vendetta del sergente è forte, ma il male che domina nelle Filippine è forse una forza ancora maggiore.
La nuova pellicola del Leone d’oro Lav Diaz è un grido. È soprattutto l’urlo che persino Primo Macabantay (Ronnie Lazaro), sergente di polizia, servo del potere centrale, fa uscire con rabbia e prepotenza dalla sua bocca, nel finale del film, contro il regime del presidente Duterte (all’epoca delle riprese era ancora capo del governo filippino) e contro le atrocità che le sue campagne repressive, soprattutto quella antidroga, hanno profuso al punto di mettere l’uno contro l’altro i filippini stessi, schierati tra il giusto e l’ingiusto. Il regista, infatti, non si risparmia, non usa mezzi termini nel suo atto di dimostrazione, utilizzando il cinema come uno strumento politico e civile, per mostrare e denunciare, per affermare e diffondere nel mondo lo status quo del suo Paese. Per fare ciò, Diaz utilizza tutti i canoni del suo linguaggio poetico. When the Waves Are Gone è filmato in pellicola (grazie all’impegno economico della grossa produzione che lo sostiene, come lui stesso ha affermato), sempre in bianco e nero, sempre con la camera fissa che inquadra azioni, dialoghi, confronti, riflessioni, immagini tenute insieme da un montaggio lineare. La fotografia è l’arma più fedele allo sguardo critico del regista con cui nel gioco di luci e ombre, sorretto dal bianco e nero, vuole porre l’accento. Il personaggio di Hermes Papauran (John Lloyd Cruz) è sempre illuminato, perché simbolo della giustizia, sia quando insegna alle giovani reclute della polizia la corretta esecuzione della legge, sia quando parla con il fotoreporter che gli mostra le fotografie dei morti nella campagna antidroga, sia quando vive nella casa sulla spiaggia della sorella Nerissa (Shamaine Buencamino) intento a curarsi dalla psoriasi. Al contrario i sobborghi dello stesso paese in cui è giunto Primo per cercare il suo allievo, sono scuri, lugubri, messi in risalto solo dalle luci delle insegne dei negozi. Quando l’ex sergente si trova nella sua stanza d’albergo in cui trama la sua vendetta, c’è solo una radente e tagliente luce a illuminare le sue pratiche, come ad esempio gli improvvisati battesimi di sconosciuti e prostitute, i balli scomposti compiuti insieme a queste ultime e i cadaveri che nasconde nell’armadio. Con questa impostazione fotografica Diaz desidera restituire a chi guarda tutta l’ambiguità e la follia del personaggio. Poi c’è il tempo. La cifra poetica di questo grande regista è anche, oltre a quanto detto, il lasciare che la narrazione si sviluppi senza condizionamenti di montaggio o la rapidità imposta da scene troppo veloci. I dialoghi, pertanto, tanto quanto le azioni dei personaggi, e le passeggiate di Hermes circondato nella natura filippina intento a contemplarla e a capire allo stesso tempo la sua condizione attuale, sono sviluppati di fronte alla macchina da presa con libertà e fluidità, cosicché il messaggio arrivi allo spettatore chiaramente. Diaz, così facendo, dilata il tempo dello scontro tra Primo e Hermes, riempiendo le scene di dubbi, pensieri, confronti, e tracce, segni delle fissazioni e ossessioni quasi rituali soprattutto dell’ex sergente, in un gioco di messaggi al telefono e di urla. When the Waves Are Gone, inserito, quindi, perfettamente, nella cinematografia del regista filippino, diviene così un adattarsi al respiro dello spettatore che vive empaticamente la triste condizione di vita dei filippini e attende la resa dei conti tra i due protagonisti per capire come si svolgerà, il tutto in una lenta corsa alla dimostrazione di quel male centrale emanato dal regime di Duterte (più volte citato nel film come causa di tutto) che toglie la pelle ai suoi cittadini.

Così si torna all’inizio, ossia alla visione politica e civile di When the Waves Are Gone. Questo film non è finzione, è realtà, perché è la dimostrazione del disvelamento dei meccanismi, dei conflitti, dei paradossi, delle ingiustizie, della corruzione della società filippina. I personaggi sono inventanti, forse non esistono o forse esistono, ma non è importante, perché le immagini di Lav Diaz sono testimonianza, sono oggettive, sono il cinema che si prende un impegno con chi guarda nel raccontargli la verità. Il regista, concludendo, prosegue nel suo rinnovamento narrativo, nella sua personale idea di racconto filmico che da The Woman Who Left è divenuto più coinvolgente, più diretto, più argomentativo, più puntuale nelle descrizioni. Questo suo ultimo film si pone a fianco del lavoro e della lotta di Maria Ressa, filippina anch’essa, Medaglia Premio Nobel per la pace 2022 che con il suo quotidiano Rappler ha denunciato le atrocità del regime di Duterte. 

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