mercoledì, Febbraio 8, 2023

Imballaggi in plastica o inutili, quali sono quelli che l'Europa vuole eliminare

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Nel 2020 ogni cittadino europeo ha generato in media 177 chili di rifiuti da imballaggi, una quantità che è cresciuta per più del 20% negli ultimi dieci anni e rischia di raddoppiare entro il 2030, in assenza di contromisure. Per questo la Commissione europea ha proposto un rafforzamento delle leggi europee in materia, così da ridurre l’uso di imballaggi superflui e contenitori usa e getta in plastica, aumentare l’uso di materiali riciclati e contenitori lavabili e riutilizzabili.

Le regole:

  1. Gli obiettivi di Bruxelles
  2. Gli imballaggi vietati
  3. Le barriere delle imprese

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Gli obiettivi di Bruxelles

La proposta della Commissione ha tre obiettivi principali. In primo luogo, prevenire la produzione di rifiuti di imballaggio, ridurne la quantità, limitare gli imballaggi non necessari e promuovere soluzioni di imballaggio riutilizzabili e ricaricabili. In secondo luogo, promuovere il riciclaggio di alta qualità (a “ciclo chiuso”), così da rendere tutti gli imballaggi presenti sul mercato europeo riciclabili in modo economicamente vantaggioso entro il 2030. 

Infine, ridurre il fabbisogno di risorse naturali primarie e creare un mercato ben funzionante per le materie prime secondarie, aumentando l’uso di plastica riciclata negli imballaggi tramite target obbligatori.

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Gli imballaggi vietati

Tra i temi toccati, la Commissione si è concentrata in particolare sul problema degli imballaggi “chiaramente inutili”, che saranno vietati. Tra questi si trovano le confezioni monouso in plastica delle bustine da tè o delle capsule per il caffè, gli imballaggi monouso per frutta e verdura, i flaconcini in miniatura per shampoo e bagnoschiuma usati negli hotel. 

Ma in questa categoria si trovano anche imballaggi usati unicamente a fini di marketing, cioè progettate per rendere più attraenti le confezioni dei prodotti. Un esempio è l’uso di grandi scatole, da parte dei servizi di e-commerce, per spedire prodotti molto piccoli, oppure gli imballaggi con fondo e pareti spesse per dare l’impressione che la quantità di prodotto sia maggiore.

L’esecutivo europeo vuole insomma standardizzare e ridurre gli imballaggi, per ridurre la produzione, lo spreco di materiale e di risorse. Una strategia che, secondo la Commissione, andrebbe a ridurre le emissioni di gas serra causate dagli imballaggi a 43 milioni di tonnellate, rispetto agli attuali 66 milioni: una riduzione pari alle emissioni annuali della Croazia. Inoltre, le modifiche alla legislazione andrebbero anche a ridurre l’utilizzo di acqua nel settore degli imballaggi di 1,1 milioni di metri cubi e i costi dei danni ambientali per l’economia e la società si ridurrebbero di 6,4 miliardi di euro rispetto allo scenario di riferimento del 2030.

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Le barriere delle imprese

Tuttavia, questa proposta non è per niente apprezzata dalle aziende, in particolare perché l’uso di confezioni più simili le une alle altre renderebbe più complicate le strategie di concorrenza. Pertanto, le lobby delle imprese hanno già fatto forti pressioni sulla Commissione per ridimensionare gli obiettivi della riforma, ottenendone già un taglio di circa il 50%, rispetto alla prima bozza. Secondo Euractiv, che ha visionato la proposta in anteprima, le pressioni delle imprese del settore avrebbe anche fatto rimuovere il divieto i utilizzo del polistirene espanso e i dettagli tecnici sull’approccio alla definizione di riciclabilità sono stati ridimensionati.

Nonostante ciò, le imprese stanno continuando a lavorare per annacquare e restringere il campo di azione della revisione delle leggi europee sugli imballaggi e sui rifiuti, sostenendo che sarebbe troppo costosa, andando quindi a gravare sui lavoratori e che, addirittura, potrebbe avere effetti negativi sull’ambiente. Affermazioni contestate dalla Commissione, secondo cui è vero che le imprese dovranno investire nella transizione, ma l’impatto economico complessivo e la creazione di posti di lavoro sarebbero invece positivi. In base alle previsioni, il solo incremento degli imballaggi riutilizzabili creerà 600mila nuovi posti di lavoro nel settore del riutilizzo entro il 2030, molti dei quali in piccole e medie imprese locali. Secondo l’associazione contro la plastica Break free from plastic, le principali multinazionali del food and beverage producono molta plastica, come Coca-Cola, seguita da PepsiCo, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble e Mondelēz International.

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