mercoledì, Febbraio 8, 2023

Fun City Cinema ossia quanto New York ama il cinema (e viceversa)

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New York nei film ha un alone e un’immagine inconfondibile. Si capisce che una pellicola è ambientata a New York perché i clacson dei taxi hanno un preciso stridulo; perché la luce del cielo e del sole è frenata dal grigiore elegante dei suoi grattacieli; perché il traffico delle auto di Manhattan è un elemento fondamentale nella definizione della scena. New York è New York nel nostro immaginario e nella cinematografia a stelle e strisce. Jason Bailey è un newyorkese che ama la sua città (vive nel Bronx) e il cinema e per questo ha voluto raccontare un secolo di pellicole che hanno attraversato le strade dell’East e del West Side, su è giù per Lower Manhattan nel libro Fun City Cinema. New York in un secolo di film, edito in Italia da Jimenez Edizioni, editore sempre attento a intercettare le narrazioni sulla settima arte (ricordiamo le nostre altre recensioni dei libri dell’editore: Il mucchio selvaggio di W. K. Stratton, Il grande addio di Sam Wasson e Le relazioni preziose di Chiara Tartagni). La traduzione di Fun City Cinema è di Gianluca Testani e si compone di 352 pagine per 55€. 

La struttura tra testo e molte immagini. Il libro si presenta costituito da una prefazione scritta da Matt Zoller Seitz, critico cinematografico americano, dall’introduzione e da dieci capitoli divisi a decenni a partire dal 1920 per terminare con il 2020. Successivamente l’epilogo, la bibliografia selezionata, i ringraziamenti e i crediti delle immagini. Fun City Cinema, infatti, è un libro illustrato un po’ diverso dal normale. Il suo formato massiccio fa pensare subito a un libro con molte immagini; sfogliando le sue pagine, si nota subito, però, il testo, suddiviso principalmente in due colonne e le fotografie di grande e piccolo formato, a tutta pagina e non solo, che ritraggono le scene e i volti di quella porzione di storia del cinema raccontata nel capitolo. La prefazione di Seitz sono tra le pagine che si leggono con maggiore piacere. Il critico scrive: «New York non è solo la città. È la città. Los Angeles è la città degli angeli e la città dei sogni, ma non sarà mai La Città. New York lo sa. Los Angeles lo sa. E l’industria dello spettacolo lo sa. Questa è la ragione per cui i film e gli show televisivi vengono girati a New York malgrado i costi e le seccature […]. L’industria del cinema è nata sulla East Coast degli Stati Uniti […]». Il testo di Seitz è un inno senza fronzoli alla bellezza impareggiabile della città americana, ai suoi suoni, alle sue vedute e atmosfere. Non c’è, secondo lui, libro migliorie di Fun City Cinema per raccontare tutto questo che compone la città e il suo rapporto sul cinema, come non c’è anfitrione più esatto di Jason Bailey. La prefazione, infatti, definisce e inquadra l’autore del libro, e da quanto dal 2006 ami la Grande Mela. Conclude Seitz: «Questo libro ama New York. Ama i film ambientati a New York. Più di ogni altra cosa individua e centellina la newyorkesità di New York».

Il testo, i film e le storie. L’introduzione, dal canto suo, traccia una prima linea di impostazione storica al volume partendo da William Heise, Thomas Edison, la loro cinepresa, New York e in particolare Herald Square. Poi l’autore arricchisce questa linea del tempo, parlando dell’iniziale storia del cinema e di come La Grande Mela ne sia stata un teatro e un propulsore eccezionale. Comincia, quindi, la narrazione di Fun City Cinema. Un capitolo a decennio, s’è detto, strutturato in questo modo. Il titolo al capitolo definisce in tre punti i principali nodi storici e sociali di New York e il film di riferimento, quella pellicola che permette di inquadrare il cinema girato a New York nel decennio. Tale film non è solo importate per la città, ma soprattutto per il cinema in sé e ciò si può dedurre da come Bailey intrecci il film alla storia di New York. Ad esempio, il decennio 1920-1929 si incardina su Il cantante di jazz di Al Jolson; il 1929-1939 su King Kong di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack; il 1940-1949 su La città nuda di Jules Dassin e così via. Indovinate, poi, voi quali film, quali immortali creazioni di cinema definiscono il decennio 1960-1969, 1970-1979, 1980-1989. Vi diciamo solo che l’ultimo periodo 2011-2020 vede come film centrale Frances Ha di Noah Baumbach. Nei capitoli non solo cinema, ma anche le strade e i palazzi del governo di New York. Quindi vicino ai nomi dei registi, ai problemi di produzione, alla scelta delle location o al numero di ciak utilizzati, il lettore può approfondire le vicende dei sindaci, le scelte del popolo newyorkese su quanto chiedere e pretendere dalle amministrazioni, lasciando che il nesso con la storia del cinema in ogni aspetto, anche quello più meramente politico, si leghi con la settima arte. Leggendo di crisi economiche, di progetti finanziari, di scontri etnici, di differenze sociali, di ricchezza e povertà, di nobili e miseri, passando per quell’evento apocalittico che è stato l’11 settembre 2001, chi legge capisce i mutamenti e gli sconvolgimenti di questa capitale del mondo; percepisce nella narrazione accurata di Bailey la sua natura irrequieta e mutevole, le sue trasformazioni sociali e il suo essere il melting post della Terra. E in questo il cinema è testimone fisso e consapevole. Registra e annota, racconta e descrive i personaggi e le storie di ogni decennio di New York e nelle parole infinite e fluenti dell’autore si capisce perché questa è La Città, come detto nella prefazione. 

Nelle sale di New York. Il capitolo, proseguendo nell’analisi, si arricchisce anche di una integrazione dal titolo In programmazione: una presentazione di tre-quattro film per decennio, girati ovviamente a New York, che erano in programmazione nel cinema di quegli anni. Nel decennio 1950-1959 si può leggere di trama, storia della produzione, importanza e giudizio di Shadows di John Cassavetes; il capitolo successivo approfondisce Breakfast at Tiffany’s di Blake Edwards, L’uomo del banco di pegni di Sidney Lumet o di Rosemary’s Baby di Roman Polanski. Il decennio 1970-1979 che vede Taxi driver come film cardine, nella sezione In programmazione raccoglie titoli immortali del cinema, come anche quello successivo dove compare per la prima volta nel libro un newyorkese D.O.C. Spike Lee con Fa’ la cosa giusta. Si termina con Tiny Furniture di Lena DunhamShame di Steve McQueen, Pariah di Dee Rees e Diamanti grezzi di Josh e Benny Safdie (apprezzabile in questa sezione l’aver lasciato il titolo originale della pellicola così da rispettare anche nel titolo il cinema e New York stessa). L’epilogo, infine, scritto da Bailey è un inno all’immortalità di New York e alla sua capacità di adattarsi nel tempo come capitale importante per la storia dell’uomo contemporaneo e del cinema. 

È un libro di cinema o un libro su New York? Fun City Cinema ha molti pregi. Il primo è l’autore stesso che scrive con una fluidità e una chiarezza che solo chi ama il cinema e New York può esprimere. Le sue citazioni di nomi, personaggi, storie, aneddoti, racconti sono accurate e precise. L’altro grande merito del volume è saper raccogliere un pezzo di storia del Novecento che solo in apparenza può sembrare locale, cioè su New York e in qualche parte sugli Stati Uniti, ma che in realtà per l’importanza di quanto scritto, diventa globale. E in questo ritorna la bravura dell’autore nel saper individuare quei mutamenti della città che descrivono i cambiamenti del mondo. Nonostante questo, e siamo dispiaciuti nell’affermarlo, la lettura di Fun City Cinema non è facilissima. È un libro esternamente verboso, perché c’è molto da dire, ma per spezzare ciò, non si vedono molte soluzioni. Il problema è grafico (e questo non è un demerito di Jimenez ma dell’editore americano Abrams), perché immagine e testo non sono in armonia sulla pagina. Per essere un libro illustrato, c’è troppo testo in ogni doppia pagina, inquadrate in due solide colonne, e anche molte immagini che a volte non si integrano perfettamente con le parole. Il lettore si ritrova, quindi, a dover seguire le parole, guardare le fotografie, leggere le didascalie senza che gli sia data un’indicazione di lettura, come è nei libri illustrati. Andando comunque oltre a tutto questo, si arriva al finale di una densa bibliografiche che soddisfa le voglie degli appassionati di cinema, e ci si domanda: «Ma questo è un libro di cinema o una storia di New York?». Questo è il dubbio. L’editore Jimenez ha abituato il suo pubblico a raccontare il cinema narrandolo, non come un saggio, ma come se fosse un testo narrativo. Il punto è che Fun City Cinema è un libro illustrato sul cinema e si ritorna di nuovo lì, alle troppe immagini che mostrano il cinema, ma distraggono e tolgono il fascino alla scrittura appassionata di Jason Bailey su New York e il cinema.

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