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La novità non sta nelle multe, nate con l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini al governo e rimaste perfino con l’ex presidente del Consiglio, Mario Draghi. Quanto in altri due elementi che concorrono a rendere il nuovo decreto legge varato dal governo Meloni con le regole per le ong che effettuano ricerca e soccorso in mare ancora più feroce. Senza, all’apparenza, rischiare di esserlo. Mantenendo il contrasto con i trattati e le convenzioni internazionali ma schivando gli eventuali rilievi del Quirinale. Sono la velocità che, secondo punto, renderà praticamente impossibili – al costo di violare le norme – i soccorsi multipli. Costringendo le organizzazioni a scegliere fra sommersi e salvati.
Il testo non è ancora disponibile ma da quanto è stato esposto in conferenza stampa al termine del consiglio dei ministri del 28 dicembre il punto centrale sembra proprio questo: non più solo punire il soccorso ma ostacolarlo e ridurne la capacità prevedendo, nel codice di condotta, che una volta effettuato il primo intervento in mare le imbarcazioni debbano avvisare tempestivamente le autorità italiane. Ma soprattutto che una volta assegnato un porto di sbarco, questo vada “raggiunto senza ritardo per il completamento dell’intervento di soccorso”.
Il decalogo
Le navi – dopo aver informato anche lo Stato di bandiera, operazione sostanzialmente propagandistica – dovranno dunque raggiungere la località, qualsiasi essa sia, magari deliberatamente indicata a distanza maggiore da dove sarebbe più agevole lo sbarco, con conseguenti lungaggini di approdo, sbarco e ripartenza, una moltiplicazione dei costi per vitto carburante e altre voci di spesa e un inaccettabile ritardo nell’assistenza di chi è stato salvato dal mare. E soprattutto non dovranno, semmai dovessero avere notizie e coordinate di altri naufragi, esitare: dritti al porto col primo gruppo di persone soccorse. Niente deviazioni di rotta e nessun intervento aggiuntivo.
A pensarci bene non è una novità assoluta neanche questa: è di fatto la traduzione in legge della dottrina del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi messa i pratica da giorni dai ministeri coinvolti, a partire proprio dal Viminale. Invece del tira e molla delle prime settimane e del tentativo di imporre gli impossibili “sbarchi selettivi” negli ultimi tempi l’approccio sembra essere quello di assegnare il porto, e quindi ripararsi dalle critiche, ma individuarlo a giorni di navigazione da dove le navi si trovano al momento della richiesta. Come d’altronde sta succedendo alla Ocean Viking di Sos Mediterranée: il 20 dicembre è stata autorizzata a sbarcare i naufraghi portati in salvo con un ultimo intervento, certo, ma a Ravenna. Dopo che il ministero aveva inizialmente indicato La Spezia e fatto mettere in rotta l’imbarcazione.