mercoledì, Febbraio 8, 2023

Scozia, i laser rivelano i misteri dei siti archeologici nascosti

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Le misurazioni manuali eseguite mediante un dispositivo chiamato teodolite – difficile da usare in gallerie buie e anguste – sono state sostituite dagli scanner laser, che negli ultimi decenni sono migliorati notevolmente. “Una volta si collegavano a un computer portatile esterno – racconta Cavers – e i dati potevano essere registrati solo alla velocità della connessione che era disponibile in quel momento. La connessione avveniva tramite un cavo ethernet, quindi era relativamente veloce. Ma i primi portatili che usavo con lo scanner avevano due gigabyte di Ram. Erano il top di gamma. E a quei tempi un portatile costava un sacco di soldi“.

Da allora però la tecnologia ha fatto passi da gigante. Dopo essersi infilato nel Cracknie attraverso un’apertura nel terreno di cinquanta centimetri, a Cavers è stato passato un dispositivo grigio grande come una scatola di scarpe, che conteneva uno scanner laser Leica Blk360.

All’interno dell’umido passaggio alto un metro, Cavers ha posizionato il dispositivo su un treppiede, ha regolato alcune impostazioni e ha premuto “scansione”. Il dispositivo è entrato in azione, proiettando un laser contro le pareti del passaggio per 10mila volte al secondo. L’archeologo e il suo team ora possono effettuare milioni di misurazioni in meno di un’ora senza muovere un dito: nel caso del Cracknie ne sono state eseguite cinquanta milioni nel giro di poche ore. “Per fare la stessa cosa con un teodolite saremmo dovuti rimanere lì per molto tempo“, dice Cavers.

La raccolta di grandi insiemi di dati rappresenta di per sé una sfida: “Oggi ci ritroviamo con mezzo terabyte di dati – spiega Cavers – e potremmo realizzare un paio di centinaia di progetti in un anno. Inizia a diventare molto difficile da gestire dal punto di vista informatico. E ovviamente siamo archeologi; dovremmo creare archivi perpetui, a lungo termine“.

I dati, però, ripagano della fatica. In passato Cavers sarebbe stato costretto a disegnare o fotografare il souterrain dall’interno del passaggio buio, un’attività che avrebbe messo a dura prova la sua resistenza per via dell’assenza di luce naturale. Ora invece utilizza dei software – Trimble RealWorks, Nubigon e Blender – per realizzare modelli 3D.

In una fase successiva, i membri del suo team possono osservare i modelli da qualsiasi angolazione e misurare la distanza tra due oggetti, ma anche modificare i colori in base a variabili come l’altezza e la densità. Questo significa che archeologi come Ritchie possono insegnare alle persone diverse cose sui siti archeologici senza doversi recare sul posto.

Il Cracknie è un posto molto remoto – dice Ritchie –: è molto lontano da percorsi pedonali più battuti ed è relativamente difficile da raggiungere“, e quindi poco adatto a visite guidate o all’installazione di pannelli didattici. Un modello 3D però può essere visualizzato da qualsiasi luogo. Ritchie potrebbe addirittura stampare un modello in scala ed esporlo in un museo. La tecnologia sta già rendendo il patrimonio culturale britannico più accessibile: un giorno potrebbe aiutare gli archeologi come Ritchie a risolvere il mistero dei passaggi sottorranei scozzesi.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente nel numero di gennaio/febbraio 2023 del magazine di Wired UK.

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