giovedì, Luglio 25, 2024

Stati Uniti: come gli americani vedono (ancora oggi) gli italiani

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Ogni italiano che viene negli Stati Uniti, un Paese ancora tutto da scoprire, porta con sé un bel bagaglio di pregiudizi: saranno tutti di destra; avranno la bandiera americana stampata anche sulla carta igienica; mangeranno solo schifezze; saranno tutti ignoranti e anche un po’ scemi, sempre allegri che non si capisce cosa ci sia poi tanto da ridere; saranno vestiti malissimo sempre, anche ai funerali. Ma, specialmente se la permanenza è lunga abbastanza, si capisce di avere torto su quasi tutto (a parte il vestirsi: un disastro). È invece più complesso accettare i pregiudizi che gli americani hanno su di noi. Già il fatto che sono preconcetti basati su esperienze dirette o meno, si presagisce facilmente che non siano cose bellissime. Ma ci sono racconti di chi è andato a fare il solito giro: Rome, Venice, Florence. Inoltre, molte studentesse americane tornano da un semestre passato in Italia con storie abbastanza allarmanti sugli uomini che fanno commenti inappropriati, che cercano di toccarle, oppure di quante volte è stato rubato il cellulare o il portafoglio.

Per qualsiasi americano, l’italianità si può sommare così: siamo tutti del Sud, mangiamo la pasta con dentro il pollo e i broccoli, siamo tutti molto cattolici e il progressismo non esiste, la moglie è meglio che stia a casa con i bambini che altrimenti crescono scostumati, la maggior parte di noi è mafioso e, se può, fa il furbetto. Andare a Little Italy a Manhattan può diventare traumatizzante per un italiano in gita. La mercanzia propone molti corni rossi, per tutte le occasioni: per la macchina, per la casa, per l’ufficio. Magnetizzati, disegnati, attaccati al tipico cerchio di alluminio del portachiavi. Si trovano anche magliette con immagini del Papa o del duce, o degli Azzurri (messi tutti sullo stesso piano in termine di importanza), cappellini decorati con la scritta mafia.

Un’evoluzione complessa

Molti degli italiani che arrivarono in America durante i primi del Novecento, erano  in fuga da una povertà cronica che ormai non potevano più sostenere, da una disperazione disumana. Non fu facile lasciare il paesello e trovarsi a New York, o a Chicago, e fu molto difficile essere accettati dagli americani. I soprannomi offensivi che ancora si usano per noi sono: WOP (without papers, perché non avevamo il visto), Guido (come dire scemo), Gumpà (che fa tanto mafia). Non eravamo considerati bianchi e venivamo trattati con lo stesso odio con cui le altre etnie di pelle diversa sbarcarono, o furono portate contro il loro volere, su queste sponde. Dopo più di un secolo, molti di loro sono riusciti ad avere un incredibile successo sia socialmente che economicamente che artisticamente: basti pensare a Martin Scorsese, Mario Bartali, Mario Cuomo, De Niro, Pacino. La lista è infinita.

Adesso, fortunatamente, chi è di origine italiana ne va molto fiero, anche se non parla una parola della nostra lingua. Ma fin dall’inizio dell’immigrazione, le tradizioni italo-americane, chiuse in una specie di ghetto italiano, rifiutarono qualsiasi cambiamento, non si misero al passo con i tempi e ancora a desso dunque mantengono stretta una cultura dei primi del Novecento. Sicuramente non è un aspetto solamente italiano: anche altre popolazioni emigrate negli Stati Uniti si sono riunite per ricreare un mondo simile a quello che avevano lasciato. È un fenomeno che capisco: quando si emigra si diventa molto orgogliosi delle proprie origini e anche molto gelosi dei propri costumi. Guai a chi cambia anche in minima parte quelli che sono i rituali, le impostazioni famigliari, il cibo, il dialetto. Quindi, andare a Little Italy o in qualsiasi zona abitata da ex italiani è un po’ come entrare in una specie di bolla di sapone dei primi anni del Novecento.

Il panino di Tony

Anche adesso, come allora, noi italiani ci trasferiamo in America, ma siamo laureati, professionisti, super tecnologici e in cerca di un lavoro con un buon stipendio. Siamo la seconda generazione di emigranti italiani, ma questa volta siamo visti come dei fighetti europei, sempre elegantissimi e con un accento sexy.

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