venerdì, Marzo 1, 2024

Land grabbing: il primo caso contro un’azienda italiana in un Paese in via di sviluppo

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Comprare vasti terreni per sfruttare le risorse naturali e minerali che hanno da offrire. E di conseguenza cacciare le persone autoctone, oppure limitare o alterare profondamente l’uso che fanno delle terre in cui abitano da decenni o secoli. In inglese, questa pratica predatoria si chiama land grabbing, letteralmente “accaparramento di terre”. Il 13 ottobre scorso è stato avviato il primo contenzioso in Italia di questo genere che coinvolge una multinazionale italiana in un Paese in via di sviluppo. Il caso coinvolge la filiale malgascia dell’azienda italiana Jtf Tozzi Green: in particolare le sue coltivazioni in Madagascar. “Va detto subito che questa pratica non è un reato: il tipo di contenzioso attivato non può essere assimilato ad un giudizio penale, quanto piuttosto ad un illecito civilistico, spiega a Wired l’avvocato Luca Saltalamacchia dello Studio Dini-Saltalamacchia che assiste una comunità malgascia, sostenuta dalla ong belga Entraide et Fraternité, e ActionAid Italia. Queste parti hanno presentato un’istanza specifica all’Ocse per far cessare la condotta a loro dire illecita dell’azienda italiana.

  1. Il caso di land grabbing in Madagascar
  2. Perché una causa se il land grabbing non è illegale?
  3. La nuova procedura Ocse
  4. La risposta di Tozzi Green
  5. Cosa sperano di ottenere i ricorrenti

Il caso di land grabbing in Madagascar

Attraverso la sua filiale Jatropha Technology Farm Madagascar (Jtf-Madagascar Sarl) da oltre 10 anni l’azienda italiana Tozzi Green coltiva 11mila ettari di terreno nella regione di Ihorombe, nella parte centro-meridionale del Madagascar. La comunità locale contesta le tipologie produttive, ovvero monocolture di mais per gli allevamenti e piantagioni di geranio in oli per l’esportazione: attività agroindustriali che a detta degli istanti comportano effetti negativi per la popolazione e l’ambiente circostante. A portare avanti il procedimento e coinvolgere lo studio legale Dini-Saltalamacchia è stato il Collectif Tany, che ha poi costruito una coalizione fatta anche da altre associazioni malgasce e italiane. Nel mirino dei ricorrenti non c’è solo la multinazionale italiana: anche il governo belga è indirettamente interessato da questa istanza, dato che nel 2020 Tozzi Green ha ricevuto un prestito di 3,5 milioni di euro dalla banca d’investimento governativa belga Bio, che dovrebbe sostenere lo sviluppo locale, la sicurezza alimentare e il rispetto dei diritti umani e ambientali.

Perché una causa se il land grabbing non è illegale?

Come specifica Saltalamacchia, in questo caso non si contesta una pratica illegale. Il land grabbing infatti consiste nell’accaparramento di terre, in genere occupate e utilizzate da comunità locali, sulla base di contratti di locazione o provvedimenti concessori comunque validi. “L’occupazione delle terre in genere trova la base legale in atti perfettamente validi e leciti, perché rispettosi delle norme nazionali – segue l’avvocato -. Tuttavia questa occupazione, pur essendo valida, può essere sostanzialmente ingiusta e violare altre norme (come quelle poste a tutela dei diritti fondamentali al cibo ed all’acqua, oppure alla casa o alla identità ed alla cultura di un popolo indigeno) perché molto spesso lo schema legale che lo giustifica non è rispettoso di tutti i diritti in gioco”. Il land grabbing rappresenta lo scontro culturale tra consuetudine e diritto, tra tradizione ancestrale e sviluppo moderno. “Siccome occupare militarmente un paese non è più accettato, meglio occuparlo ‘economicamente’. E meglio ancora se possiamo sottrarre le risorse in modo legale”, aggiunge l’avvocato.

Le popolazioni indigene non hanno spesso cognizioni legali come la “proprietà” e l’occupazione ancestrale di terre da parte di una comunità indigena non è quasi mai consacrata da un titolo legale. “Una comunità indigena che occupa un terreno in modo collettivo (e questo è il modo tipico di gestire gli spazi da parte di molte comunità indigene) o che comunque lo occupa da secoli, non ha quasi mai la possibilità di dimostrare di avere un titolo di proprietà. Anche perché è lo stesso concetto di “proprietà” che spesso è sconosciuto in queste culture, dove le terre sono di tutti. O, meglio, ciò che per noi occidentali è una “res” suscettibile di essere posseduta (il terreno, il bosco, il corso d’acqua), per molte culture indigene è una entità vivente (la Pacha Mama) di cui l’uomo fa parte”. Per questo si crea il paradosso per cui molto spesso le terre occupate dalle comunità locali risultano formalmente di nessuno, mentre di fatto appartengono alle comunità locali che le occupano e utilizzano da secoli. Per usare un rimando storico noto a tutti, oggi però i conquistadores spagnoli non potrebbero saccheggiare l’America latina e occuparla militarmente: la legittimità ad abitare queste terre, in virtù dell’antica presenza, è da tempo protetta dal diritto internazionale. Soprattutto, nei confronti dei massicci investimenti di grandi aziende che troppo spesso sfruttano i territori per fini commerciali, senza curarsi delle esternalità negative che generano per l’ambiente e i suoi abitanti.

La nuova procedura Ocse

Nel 2022 sono stati oltre 260mila i chilometri quadrati di territorio acquistati nei paesi del Sud del mondo da multinazionali: una superficie grande quasi come quella dell’Italia. E negli ultimi 20 anni nel mondo sono stati sottratti alle comunità locali complessivamente 1.148mila chilometri quadrati di terreni: un’estensione pari a più del doppio della Francia. Sono i dati pubblicati ad ottobre scorso dal VI Rapporto I padroni della terra curato della Focsiv. Un fenomeno crescente, pericoloso per la tenuta sociale dei paesi più poveri, e troppo spesso odioso per le conseguenze che genera. Per fronteggiarlo, nel 2011 l’Ocse ha approvato le linee guida destinate alle imprese multinazionali (aggiornate proprio quest’anno). Si tratta di raccomandazioni rivolte dai governi alle grandi aziende che operano in paesi diversi.

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