venerdì, Giugno 14, 2024

Ecuador, perché è sull'orlo della guerra civile

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L’Ecuador è a un passo dalla guerra civile. Il presidente Daniel Noboa ha imposto lo stato di emergenza, dichiarando guerra ai narcotrafficanti e il “conflitto armato interno”, che prevede la mobilitazione dell’esercito in tutto il paese. La situazione è precipitata velocemente a seguito dell’evasione di José Adolfo Macias Villamar, noto come Fito e capo del gruppo criminale Los Choneros, considerato uno dei più potenti dello stato latinoamericano.

Lo stato di emergenza era già stato dichiarato meno di 4 mesi fa, durante la corsa elettorale per le presidenziali vinte da Noboa, dopo l’omicidio del candidato Fernando Villavicencio da parte dei narcotrafficanti. Una volta eletto, Noboa ha promesso un approccio molto duro nei confronti della criminalità organizzata, in particolare riprendendo il controllo delle carceri che, come riporta il New York Times, sono per un quarto in mano ai criminali.

L’evasione clamorosa

Anche per questo, l’evasione di Fito è avvenuta senza scalpore o fughe rocambolesche, le autorità si sono accorte solo all’appello serale della sua scomparsa, avvenuta pochi giorni prima del suo trasferimento in una prigione di massima sicurezza. Il governo ha immediatamente aperto una caccia all’uomo mobilitando molti soldati, ma i narcotrafficanti, probabilmente anche per coprire la fuga del boss, hanno scatenato una serie di rivolte lanciando un’ondata di violenze senza precedenti nel paese.

A partire da lunedì 8 gennaio, numerose carceri sono state prese in ostaggio dai detenuti e molti criminali sono evasi, in diverse città ci sono stati attentati contro i commissariati di polizia, saccheggi, attacchi a negozi e università, dieci persone sono state uccise e uomini armati hanno preso per alcune ore il controllo di una rete televisiva pubblica. Gli operatori hanno continuato a trasmettere le immagini dell’aggressione in diretta, che sono poi circolate tramite social in tutto il mondo, fino all’arrivo della polizia che ha arrestato tutti i responsabili.

La gran parte delle violenze, compreso l’assalto all’emittente pubblica, sono avvenute nella città costiera di Guayaquil, centro urbano più grande del paese e sede dei Los Choneros, nonché snodo per il traffico di droga internazionale. Negli ultimi anni l’Ecuador è diventato un centro sempre più importante per il narcotraffico latinoamericano, in particolare per la cocaina di cui Colombia e Perù, i due stati con cui confina a nord e a sud, sono i primi produttori al mondo. Di conseguenza sono aumentate anche le violenze, con circa 8 mila morti nel 2023, il doppio dell’anno precedente.

La reazione

Come riporta France 24, dopo l’assalto alla televisione pubblica, Noboa ha dichiarato il “conflitto armato interno”, un preludio alla guerra civile, indicando 22 cartelli di narcotrafficanti come “organizzazioni terroristiche e gruppi belligeranti non statali”. Di conseguenza, Parlamento e uffici pubblici sono stati evacuati, chiusi i negozi e le scuole, è stato introdotto il coprifuoco nelle ore serali e sospeso il diritto di assemblea per 2 mesi. Sono stati bloccati tutti i trasporti e la circolazione dei mezzi nelle strade, mentre l’aeroporto resta attivo solo per chi già munito di biglietto ed è circondato dalle forze dell’ordine.

Gli Stati Uniti hanno già offerto la loro assistenza alle autorità dell’Ecuador, che già contava sul supporto di Washington per avviare il cosiddetto Piano Phoenix del presidente Noboa, volto ad aumentare la sicurezza nel paese ma ancora non attuato, essendo passati solo tre mesi dalla sua elezione. Il piano consiste in un investimento di 800 milioni di dollari per creare una nuova unità di intelligence, costruire nuove prigioni di massima sicurezza, rafforzare i controlli nei porti e negli aeroporti e dotare di armi tattiche le forze di polizia. Di questi 800 milioni, si legge su Reuters, 200 saranno forniti dagli Stati Uniti sotto forma di aiuti militari, di cui le autorità dell’Ecuador hanno disperatamente bisogno.

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