giovedì, Giugno 20, 2024

Michela Murgia, Dare la vita è uno strumento di liberazione e di identificazione

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“Sarà una musica l’identità, e ci canterò sopra la storia che non abbiamo visto, mentre ci accadeva come cosa straniera, quando la benda divenne bandiera, e dimenticammo di esser state regine”. Queste parole detonanti chiudono il saggio di Michela Murgia, Dare la vita. La Murgia, nella sua duplice forma maieuta transfemminista, ci porta nelle pieghe della sua esperienza con la maternità e la filiazione d’anima e traccia un discorso lucido e politico di come si possa essere madri di figlie e figli che si scelgono, e che scelgono a loro volta, di come si possa costruire una famiglia che non passi per il sangue, senza vincoli, interrogando e discutendo ogni concetto di naturalità.

Concetti che sottendono realtà molto più presenti e che nessuno ha mai indagato e a cui è sempre stato difficile dare un nome: famiglie queer, figli d’anima sono parole che servono a chi non aveva nomi per chiamarsi e locuzioni per definirsi ma quelle persone, quelle famiglie, che evidentemente scardinano e mettono in discussione il vecchio lemma Dio, Patria e Famiglia, sono sempre esistite pur non conoscendo un modo per uscire dalla sfera dell’anonimato e dell’alterità. Il fatto che facciano paura a un certo versante politico è esemplificativo di quanto ci voglia poco per mettere in risalto e mostrare le crepe delle ideologie più conservatrici che ci portiamo dietro da anni di dialettica patriarcale: paura che deriva da un cambiamento che chiederà loro di rivedere i rapporti di forza e di potere.

Contro la famiglia tradizionale

La nostra storia familiare, come spiega egregiamente Michela Murgia, è stata criticata già nel saggio Le basi morali di una società arretrata, scritto da Edward C. Banfield in collaborazione con Laura Fasano che, studiando la società rurale della Basilicata degli anni ’50, arrivarono a processare e formalizzare il concetto di familismo amorale, che porta a “massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare; supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”. Non è un caso che Roberto Saviano, che paga tutti i giorni sulla sua pelle la sua visione di mondo, abbia recentemente espresso un pensiero che declina l’esautorazione della visione sacrale della famiglia tradizionale: alla domanda quando finiranno le mafie ha risposto “Quando finiranno le famiglie e quando l’umanità troverà nuove forme d’organizzazione sociale, nuovi patti d’affetto”. Questi due concetti, del familismo amorale e dell’allineamento della struttura familiare tradizionale con quella mafiosa sono legati da un inestricabile fil rouge che passa attraverso il rifiuto del bene comune applicando il bene e il male solo all’interno di parentele riconosciute: laddove il legame biologico è più forte anche la possibilità di esistere, affermarsi è più complessa, perché in quel sistema è importante e centrale dire di chi sei, piuttosto chi vorresti essere.

Da questo spunto Michela Murgia comincia a indagare e raccontare nuove forme di maternità d’anima e di famiglia, laddove maternità e gravidanza non sono sinonimi, che fanno eco all’altra questione, di cui il saggio si prende la responsabilità di mettersi in dialettica, ovvero quella della gestazione per altri, che evoca questioni politiche ed etiche ancora oggi attuali e pulsanti. In principio la questione della libertà di scegliersi madri, che è direttamente legata alla scelta di una donna di autodeterminarsi in tutti i modi in cui può esercitarlo: “Se in questo Paese esiste una legge che consente l’interruzione di gravidanza perché non si hanno abbastanza sicurezze economiche, secondo quale logica non dovrebbe esistere una legge che ne consenta invece l’inizio e il prosieguo per ottenere quelle sicurezze?”.

La gestazione per altri

Il discorso è preciso e puntuale e lega questioni sociali con questioni di classe, che sono da sempre uno dei marcatori dei discorsi politici soprattutto se si parla di femminismo intersezionale: è evidente che una delle questioni legate alla Gpa è la questione economica, ma è solo uno dei punti del discorso, perché al centro c’è la necessità di avere una legge che permetta la gestazione per altri, che possa intervenire a tutela delle parti deboli. La Gpa può essere solidale o altruistica, quando la gestante non riceve alcun compenso economico, oppure remunerata, quando la gestante viene pagata per la sua prestazione. In molti paesi occidentali, la Gpa solidale è consentita (in Europa: Cipro, Grecia, Macedonia del nord, Portogallo, Regno Unito e Ucraina): secondo un’indagine dell’Associazione Luca Coscioni, “Sono 65 gli stati del mondo dove la maternità surrogata è legale o ammessa, sia nella sua forma solidale sia in quella commerciale. In altri 35 la legge sancisce l’accesso unicamente alla gravidanza solidale”.

Lo Stato dovrebbe fare tutto ciò che è in suo potere per rimuovere le ragioni economiche che sottendono queste dinamiche – “Nessuna dovrebbe essere costretta ad abortire o a partorire perché ha bisogno di soldi” – ma “Finché non saremo socialmente in grado di rimuovere gli ostacoli economici che impediscono alle donne di scegliere di diventare o no madri secondo il solo proprio desiderio, esse devono poterlo fare dentro a un quadro di regole che le tuteli e tuteli chi da loro nasce. Chiedere che si faccia una legge per impedire la gestazione surrogata non soltanto non ferma lo sfruttamento, ma lo rende privo di limiti.

Famiglie queer e figli d’anima

È piuttosto singolare che questo testo approdi proprio nel momento in cui Papa Francesco ha rilasciato alcune dichiarazioni in proposito, affermando che “La maternità surrogata è deprecabile” e ancora “Auspico un impegno della Comunità internazionale per proibire a livello universale tale pratica”. Senza dimenticare che il governo Meloni a luglio ha discusso la proposta di legge per rendere la maternità surrogata reato universale.

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