venerdì, Marzo 1, 2024

Maestro – Recensione

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Leonard Bernstein negli anni Quaranta del Novecento è un direttore d’orchestra in fase di affermazione. Quando deve improvvisamente sostituire uno dei suoi maestri Bruno Walter alla direzione della New York Philharmonic alla Carnegie Hall, si fa trovare pronto. Il suo stile e il suo modo di condurre la musica gli danno un successo immediato che di giorno in giorno cresce. Una sera a una festa incontra Felicia Montealegre, attrice e cantante, con cui intreccia un legame profondo. Anzi la donna diviene ben presto la linfa, la spinta, l’essenza della musica scritta e diretta da Leonard che nel frattempo è si è affermato anche come compositore. La famiglia di Lenny e Felicia si allarga, ma la natura dell’uomo lo spinge verso altri uomini e in questo equilibrio precario intriso di compromessi fragili e voglia di non vedere, si consuma il matrimonio e anche la vita di Felicia.
Definire Maestro un film biografico su Leonard Bernstein non è esaustivo. Non è nemmeno un documentario sulla sua musica e sulla sua creatività da compositore. Maestro è il racconto difficile di un personaggio complesso. Perché difficile? Perché non è affatto immediato raccontare la vita amorosa di un uomo omosessuale, sposato con una donna con cui ha generato tre figli, i quali in età adolescenziale si relazionano con la cultura di massa e i media degli anni Settanta che appuntano e sottolineano lo stile di vita poco ordinario del padre. Questo è il centro della vita di Bernstein. Poi c’è il suo genio musicale, ma è un altro capitolo.
Bradley Cooper, regista del film e interprete principale, trova un punto di equilibrio tra musica e vita privata di Bernstein scegliendo di costruire un personaggio che vive di un amore vero condotto verso due diramazioni: la musica e la moglie. Maestro, dunque, si svolge in questo rapporto in cui l’una innesca l’altra. È il successo come giovane direttore d’orchestra che rende la vita di Bernstein serena a tal punto da trovare l’amore e l’appoggio di Felicia. Lei è il propulsore per l’affermazione professionale del giovane Lenny, un po’ timido e poco convinto all’inizio, il quale poco a poco costruisce il suo genio e il suo mito. Il film mostra come Felicia lo sostenga, lo aiuti, lo supporti in scene in cui la musica si sente e accompagna e suggella la relazione tra i due. È una storia d’amore bellissima e autentica nella mani di Cooper. Quando la loro vita privata flette perché Bernstein, al culmine della sua carriera, decide di lasciare la sua famiglia per andare a vivere con un uomo, il genio di Lenny si affievolisce e ci vuole nuovamente Felicia per riportare brillantezza nella sua carriera. Lei non lo costringe a tornare a casa, ma si accosta a lui, gli sta a fianco, comprende che la stupefacente creatività musicale di Bernstein ha bisogno di serenità per esprimersi e questa è tenuta viva proprio da Felicia. Questo passaggio si traduce sullo schermo in una scena molto intensa di sei minuti girata con un unico piano sequenza in cui Bernstein/Cooper dirige la London Symphony Orchestra che esegue la Seconda Sinfonia di Mahler (non a caso chiamata “Resurrezione”) nella cattedrale di Ely con il coro dal vivo e un pubblico di comparse. La passione e il trasporto dell’uomo sono massimi e assoluti, perché lì che lo guarda commossa ed emotivamente compresa c’è Felicia. Maestro, pertanto, trova la sua spiegazione come film in questo gioco di amore tra un uomo, una donna, un altro (possibile) uomo e la musica. Ora, tutto ciò si capisce perché linguisticamente il regista sceglie di inquadrare i volti della coppia, le loro parole, i loro punti di confronto e di discussione, le loro vite e di lasciare che la musica si intrecci tra loro, soprattutto nella prima parte.
Il film infatti è diviso in due parti abbastanza nette. La prima tratta dell’innamoramento di Bernstein con Felicia, di Bernstein con la musica, di Bernstein con la sua natura. È girata in bianco e nero e la macchina da presa viaggia e percorre le loro esistenze. Spostandosi vicino ai due protagonisti fino a sopra di loro, questa prima parte è un turbine di emozioni e cambiamenti che coinvolge Felicia e Lenny. È un filo continuo che si sviluppa in cui la musica di Bernstein fa da collante. E in questo viaggio il viso dell’uomo è spesso sorridente e soddisfatto, mentre quello di Felicia si accorda con il suo per lasciare qualche ombra di fronte all’evidenza della natura di Lenny (soprattutto nella sua relazione con il clarinettista David Oppenheim interpretato da Matt Bomer) e di conseguenza al compromesso che deve vivere. C’è da precisare che l’omosessualità del compositore non si manifesta mai nel film evidentemente, ma è sempre proposta con naturalezza attraverso il solito gioco di sguardi, come si evince nella scena del balletto dei marinai, accordata sulle note della sua musica. Seconda parte, dunque. Si vira verso il colore, il colore vivo e corposo della pellicola, e come detto la vita privata di Felicia e Lenny assume una flessione. Cooper decide di togliere qualsiasi elemento sonoro e musicale per lasciare che la musica si veda solo sul pentagramma scritta e pensata dall’arte dell’uomo. In questo silenzio, la voce roca di Lenny, causata da un abuso di sigarette, si sente trascinata e lontana dalla verve della prima parte quando in particolare decide di proteggere in particolare sua figlia JamieMaya Hawke, dalle illazioni dei media, mentendole sulle sue relazioni extraconiugali. Il film diventa, quindi, più sofferto, più sentito, affaticato come il corpo anziano di Bernestein/Cooper e si compone anche di scene plateali come la litigata graffiante e rabbiosa tra i coniugi e l’allontanamento di Lenny dalla famiglia. Sono scene silenziose in cui c’è solo lo spazio per risentimenti e rancori, per poi esplodere nella scena nella cattedrale di Ely in un climax ascendente in cui Bernstein si riprende la sua essenza di uomo e musicista, anche grazie a Felicia. Successivamente la musica torna a sparire anche quando la donna si ammala, soffre e muore e lascia Lenny alla ricerca della sua esistenza ormai come maestro da seguire e imitare. In questo epilogo Maestro, il film, scricchiola un po’, potrebbe essere più incisivo, andare più alla ricerca dei sentimenti di Bernstein, rimasto solo, e invece si arrotola su un po’ di retorica.

Quindi Maestro che film è? È un buon film con un’idea chiara che non nasconde nessun dettaglio ma lascia a chi guarda di capire quanto le azioni del protagonista siano dettate dal suo amore per la musica e per la moglie o dall’istinto della sua natura. Cooper è misurato, meticoloso nella ricerca dei dettagli e delle scelte linguistiche (luce, scene, costumi); utilizza la macchina da presa come un occhio che indaga e scruta, approfondisce e sviscera (si sente lo zampino della coppia Scorsese/Spielberg in veste di produttori) per lasciare allo spettatore il ritratto di un uomo innamorato e colpito. Il Bernstein di Cooper non è un solo un genio artistico, bensì un essere umano con tutte le sue debolezze, i suoi picchi e i suoi crepuscoli resi dal contrasto tra la prima e la seconda parte. Cooper seduto sulla sedia da regista sta maturando anche come attore. Infatti non è da considerare di meno intensità e spessore la sua interpretazione e immedesimazione nei panni di Lenny, tanto quanto la prova attoriale di Curey Mulligan sempre calibratissima di emozioni e passione nelle vesti ed espressioni di Felicia

Crediti fotografici: Netflix

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