venerdì, Marzo 1, 2024

Perfect Days – Recensione

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Hirayama è un uomo di oltre la mezza età, solitario, che vive nella Tokyo di oggi. Di mestiere pulisce le toilette pubbliche della città con una attenzione particolare ai dettagli e una dedizione encomiabile verso il suo lavoro. Ogni giorno segue la stessa routine: un’attenta pulizia personale, un’innaffiata alle piante che ha salvato dall’incuria cittadina, un panino al parco all’ora di pranzo. Lungo il suo percorso talvolta si ferma a osservare le piante che lo sovrastano scattando foto in pellicola alle loro chiome. Il pomeriggio poi si dedica a se stesso, si lava ai bagni pubblici e fa uno spuntino sempre nello stesso posto. Ogni tanto incontra qualcuno: Takashi, un suo giovane collega; una ragazza al parco; un senzatetto; la proprietaria di un ristorante in cui va quando non lavora. E quando sale a bordo del suo furgoncino Daihatsu ascolta Lou Reed e Patti Smith, The Animals e Van Morrison, Otis Redding a Nina Simone. A casa legge William Faulkner e Patricia Highsmith, ma anche la “sottovalutata” Aya Koda come ha affermato la libraia che gli vende i libri. Hirayama è felice di questa vita? I suoi sono giorni perfetti?
Due interrogativi si installano nella mente dello spettatore durante lo svolgimento di Perfect Days, l’ultimo film di Wim Wenders. Hirayama è davvero felice della sua vita? Per cercare una risposta è necessario riflettere sulla scena finale. Lì è concentrato il senso del film in quel primissimo piano dell’uomo mentre sta andando al lavoro. I suoi occhi, la sua espressione, il suo volto suggeriscono a chi guarda qualcosa di preciso sulla sua esistenza. La scena finale, però, è solo il momento più esplicativo in cui si può trovare una traccia di risposta ai due interrogativi. Il film stesso, infatti, è un processo di costruzione fatto di indizi e prove che porta a dare un’interpretazione sulla vita di Hirayama. Wenders gli sta addosso fino a poter dire che il film è il protagonista o per meglio dire è Koji Yakusho, attore superlativo che impersona, vive, sente la pelle di Hirayama. La macchina da presa quasi scompare, sembra non esserci perché la camera a mano è mossa dal regista con movimenti impercettibili e anche i campi più lunghi e ampi che inquadrano Tokyo sono cartoline di una precisione fotografica assoluta. Non c’è intromissione, pertanto, nella vita dell’uomo protagonista, non c’è un giudizio che la macchina da presa possa fornire inquadrando ciò che desidera: sullo schermo c’è la sua vita e chi guarda ne è stretto partecipe. In questa perfetta aderenza visiva sono percepiti primariamente i gesti e le smorfie di Hirayama che compongono quel puzzle di indizi che risponde alle domande iniziali. Ad esempio: il suo sospiro quando la mattina si sveglia accompagnato dal suono di una donna che pulisce la strada; il suo guardare il cielo ogni mattina quando esce di casa; la scelta sospirata della musicassetta da ascoltare; l’osservare ancora il cielo con un lieve sorriso in faccia, quando durante la pulizia delle toilette è costretto ad attendere che il bagno si liberi; sempre la sua smorfia di gioia quando fotografa la natura rigogliosa che lo circonda durante la pausa pranzo. E in questa visione nessuna parola è dall’uomo emessa perché Hirayama non parla. È un uomo solitario e non ha necessità di parlare, per cui se deve esprimersi, utilizza il volto e i suoi occhi oppure Wenders sceglie la musica, le canzoni di un’epoca fa che scandiscono le sfumature del suo animo e anche le fasi narrative.
La vita dell’uomo, inoltre, è costellata anche di relazioni umane che possono oppure no, concorrere a creare un giudizio di negatività o positività sulla sua esistenza. Mal sopporta i comportamenti del suo collega, Takashi (Tokio Emoto) poco dedito al lavoro, ma li accetta. Accudisce la nipote scappata di casa senza riluttanza o senza mandarla via, anche se ciò comporta un cambio della sua quotidianità. È felice e si sente in famiglia quando va nella cucina privata di una signora a cenare e a passare un po’ di tempo in compagnia. Sente il dovere di assistere un uomo che sta per morire, di scherzare con lui e giocare insieme con le loro ombre. Cosa manca per decidere se questi giorni di Hirayama sono perfetti? I suoi sogni. Non però, le sue aspirazioni, ma proprio il sognare durante la notte, che Wenders materializza in un gioco di ombre in cui sono ripercorsi i ricordi principali della giornata del protagonista e tra questi i più significativi sono quelli legati alla natura o legati alla sua città. Hirayama, infatti, vive nella pancia di Tokyo; una Tokyo però non frenetica e futuristica, bensì calma, vitale, piena di verde, di alberi che si muovono con il vento (inquadrati dalla macchina fotografica a pellicola di Hirayama), di profumi che sempre per l’indimenticabile interpretazione di Yakusho e per la maestria con cui il regista inquadra la scena, sente anche lo spettatore. Il saggio Hirayama, così, vive in perfetta simbiosi con la natura, con la città e con la sua stessa esistenza. È importante sapere chi è, perché vive così, perché fa quel lavoro, chi è sua sorella? No, decisamente no, perché ciò che interessa al regista è questo attimo della sua vita, questo frammento di esistenza che racconta moltissimo di come si potrebbe vivere oggi. Hirayama è un uomo analogico, mangia pochissimo, sorride spesso, è rispettoso, è gentile, se si arrabbia non manifesta la sua ira eppure vive perfettamente nella nostra contemporaneità intrisa di sensazioni, esistenze e relazioni opposte. È un uomo che sembra non appartenere alla vita di oggi, è più proiettato verso un’epoca passata, eppure vive nella città più “del domani” al mondo. Paradosso eccellente!

Perfect Days affascina, rapisce, ammalia lo spettatore che alla fine del film chiede ancora qualche scena, perché il film è girato con assoluta libertà. È la mente di Wim Wenders che è libera. Ha scelto proprio per questo di descrivere quella purezza di vita riscontrabile solo nella storia del cinema nei film di Ozu. Il regista tedesco dirige, dunque, una storia capace di costruirsi poco a poco attorno al semplice racconto di una quotidianità in cui due adulti possono anche giocare a rubarsi l’ombra perché è un’azione spontanea. Hirayama, infatti, è un uomo spontaneo, semplice e soprattutto libero; non si emoziona a comando, assapora ogni istante della sua quotidianità e respira la sua vita. Quindi, non è importante capire se Hirayama vive giorni perfetti, non è importante capire se è felice o triste di questi giorni, l’importante è stargli vicino e respirare con lui. 

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