venerdì, Giugno 14, 2024

Ad Argylle manca l'unica cosa che poteva salvarlo: il divertimento

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Questa grande storia di intrigo internazionale, viaggi, sparatorie, segreti, codici e grandi passati da scoprire non ha nessun gioco di gambe, le mancano quell’agilità e ironia necessarie per saltare da una rissa molto tecnica, a una scena d’azione in corsa fino a un dialogo scoppiettante pieno di ironia. Niente di Argylle ha la verve che dovrebbe servire a contaminare l’eccitazione da azione con il divertimento dei caratteri. Soprattutto il film sbaglia i due protagonisti. Sia Bryce Dallas Howard, donna comune stranamente a suo agio in un intrigo pazzesco, che Sam Rockwell, spia stropicciata, efficiente ma non cool né raffinata, sono caratteri dimenticabili. Vorrebbero avere personalità nette e in grado di affascinare ma non ce l’hanno mai, vorrebbero essere originali, ma non lo sono. Il film li tratta come titani, come se fossero personaggioni, ma non lo sono. Questo gap tra ciò che il film pensa di loro e ciò che è evidente agli spettatori a lungo andare crea un certo imbarazzo.

La trama intrecciata fa passare sullo schermo una quantità impressionante di luoghi comuni dello spionaggio classico, dalla memoria cancellata, al messaggio cifrato da decriptare, dal controllo da remoto delle persone al tradimento, l’associazione internazionale maligna, le spie deviate, il conto alla rovescia…. E tutto dovrebbe avere la capacità di muoversi tra le esagerazioni dei romanzi scritti dalla protagonista e una specie di strano realismo della sua realtà. Addirittura a un certo punto il film sembra affermare che la creatività sia qualcosa di così potente da riuscire a modificare la realtà, che gli scrittori e più in generale i narratori di storie siano persone potenti più delle spie per via della loro conoscenza e del loro intuito. Più avanti si rimangerà anche questa vaga idea originale, scegliendo per l’ennesima volta la facile strada della banalità.

L’unica vera realtà in questo pasticcio non divertente, che non intrattiene ma che in compenso è un bell’esempio di pessimi fondali in computer grafica e pessimi effetti visivi, è come non volendolo esprima il desiderio hollywoodiano definitivo di questi anni. Da un certo punto in avanti infatti Bryce Dallas Howard, la scrittrice, vede se stessa come il protagonista dei suoi libri, Henry Cavill, cioè come un’eroina d’azione. Rivede quel che lei fa come se lo facesse lui: uomo nella sua finzione e donna nella realtà. Li vediamo fare le stesse cose, come se ciò che nello stereotipo è il ruolo dell’uomo, in questo film diventasse prerogativa di una donna. Abbiamo visto come il cinema americano nel considerare di più i personaggi femminili stia facendo esattamente questo: scambiare uomini con donne senza però modificare il film intorno a loro, come se il cambio di sesso a lungo auspicato non dovesse implicare anche un cambio di tutto il resto e potesse limitarsi a una diversa scelta di casting.

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