lunedì, Giugno 17, 2024

Robot, sotto i mari ce ne sono sempre di più

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Quando nel 1869 lo scrittore francese Jules Verne scrisse le avventure del sottomarino Nautilus e del suo capitano Nemo in 20.000 leghe sotto i mari non poteva immaginare che un giorno un robot avrebbe insidiato il lavoro del Principe Dakkar. Eppure oggi come non mai non solo è aumentato il “traffico” sott’acqua, ma sta anche cambiando radicalmente forma. E ai batiscafi, agli scafi con palombari e a quelli filoguidati, si sta sostituendo una nuova generazione di veicoli sottomarini autonomi capaci di attività prima impensabili.

Per esempio, il progetto “Odisseo” di Terna, la società italiana operatrice delle reti di trasmissione dell’energia elettrica, ha avviato la sperimentazione di droni sottomarini sviluppati dalla statunitense Terradepth. L’idea è che gli autonomous underwater aehicle (Auv, veicoli autonomi sottomarini) possano aiutare nei rilievi dei fondali, a supporto della progettazione dei collegamenti elettrici sottomarini più rispettosi dell’ambiente. In tutto il mondo decine di altri progetti, dal settore dell’energia a quello dei dati (i cavi sottomarini di Internet) stanno facendo affidamento sui primi Auv. E si sviluppano tecnologie complementari, come quella per le comunicazioni wireless sottomarine alla quale lavorano WSense, società di deep-tech nata come spinoff dell’Università Sapienza di Roma, specializzata in sistemi di monitoraggio e comunicazione sottomarini, e Alcatel Submarine Networks, che fa parte di Nokia ed è specializzata nella posa di cavi ottici sottomarini: più di 750 mila chilometri di cavi dispiegati in tutto il mondo.

Il robot sottomarino FlatFish di Saipem al porto di Trieste

Saipem

L’eccellenza di Saipem

Tuttavia, in Italia c’è un’altra eccellenza storica che guida di fatto il settore degli Auv. Si tratta di Saipem, nata nel 1956 per volontà di Enrico Mattei (il creatore di Eni e padre della strategia energetica italiana del dopoguerra) e colosso dei servizi di ingegneria per il settore dell’energia e delle infrastrutture. Con circa 30 mila dipendenti Saipem è presente in più di 50 paesi e nella sua storia ha collocato oltre 32 mila chilometri di condotte per gas e petrolio sott’acqua. Oggi i tre quarti del lavoro sono legati a progetti nel settore del gas, della transizione energetica e delle rinnovabili. Una delle cinque divisioni dell’azienda, la Robotics and Industrialized Solutions, è focalizzata proprio sui progetti e i prodotti relativi alla transizione energetica, come spiega il responsabile delle operazioni, Mauro Piasere.

Da un lato – dice Piasere – ci occupiamo di decarbonizzare i processi industriali a terra con impianti dedicati e dall’altra di decarbonizzare le attività in mare con la robotica sottomarina. Abbiamo sviluppato Hydrone e FlatFish, droni sottomarini residenti ideati, progettati e sviluppati da Sonsub, il centro di sviluppo di tecnologie e attrezzature sottomarine di Saipem con sede in Italia, a Marghera e a Trieste, nonché in Scozia, ad Aberdeen“.

Un drone residente è un Auv che non torna in superficie, ma, terminate le attività di controllo o di riparazione (che vengono svolte in maniera autonoma) torna da solo alla sua “casetta” sottomarina e si ricarica, in attesa del prossimo intervento. Se sembra una cosa facile, non lo è per niente. E per capirlo bisogna creare un po’ di contesto, a partire dall’elemento in cui il drone opera, cioè l’acqua.

La storia dei droni sottomarini

Sott’acqua – dice Matteo Marchiori, responsabile dell’area della robotica all’interno della divisione Robotics and Industrialized Solutions – le onde radio non si propagano. Saipem ha sempre operato nel mare. Settant’anni fa, a bordo dei suoi mezzi di installazione, c’erano i sommozzatori che vivevano diversi giorni in ambienti pressurizzati per svolgere lavori a oltre cento metri di profondità“. A partire dagli anni Ottanta sono nati i primi robot sottomarini filoguidati. Le prime attività che potevano svolgere erano di ispezione, ma con il tempo e lo sviluppo di utensili dedicati: il pilota sulla nave appoggio oggi guida il veicolo facendogli compiere operazioni e interventi sempre più complessi. “Il filo risolve il problema della comunicazione tra la superficie ed il veicolo, dovuta principalmente alla difficoltà di propagazione delle onde radio sott’acqua”, dice Marchiori.

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