venerdì, Giugno 14, 2024

Ilaria Salis: la marcia dell'estrema destra a Budapest, un anno dopo l'arresto

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Riusciamo a salire per i viali, mischiandoci ai militanti neri. Là dove poche ore prima le famiglie si godevano il panorama, si ammassa la folla neonazista. Non c’è polizia che faccia sentire al sicuro chi passa. Gli agenti sono dislocati sui punti di accesso, ma per ampi tratti si è in balia della folla. Silenziosa. Marziale. Salire, passare sotto uno degli stretti tunnel di pietra che guidano verso l’alto, ha la sensazione della sfida, soprattutto se si ha in mano una telecamera. O uno smartphone. Ci avviciniamo prudentemente assieme a un collega, rubando scatti, fermi immagine. Guardarsi le spalle è necessario per salvare l’attrezzatura. E soprattutto sé stessi. Nella terra di nessuno, non ci sono vie di fuga.

Militanti da tutta Europa si trovano nella capitale ungherese, dove è consentito un raduno neonazista che in Germania – e non solo – sarebbe impensabile. Ufficialmente il governo lo ha proibito, ma ha avuto luogo lo stesso, sotto al vessillo della normalità, come accade da trent’anni. Poco distante, sul palazzo del dicastero, sventolano le bandiere ungherese e europea, ma viene da chiedersi quanto sia distante, da qua, Bruxelles coi suoi valori.

Gli antifascisti della contro-manifestazione di piazza Szell Kalman, a cinquecento metri di distanza, hanno avvertito i compagni. A nome di tutti parla una ragazza, mascherata da un baldacchino di bandiere per evitare di essere riconosciuta: non girate da soli, non fatevi fotografare, metteranno i nostri nomi su internet. E vi verranno a prendere. Poi offre un numero di telefono per l’assistenza legale, nel caso a intervenire fosse la polizia. Le parole scorrono mentre poco distante risuona Bella ciao, l’inno della Resistenza italiana.

Le due anime del 10 febbraio di Budapest, nera e antifascista, si sfiorano alle 16.30, ai piedi della collina del castello, quando passa il corteo della protesta rossa. Un cordone di polizia a impedire ogni contatto. Dura pochi istanti, poi le strade si dividono di nuovo. L’anno scorso, nello stesso giorno, i fatti che hanno portato all’arresto di Ilaria Salis. “Il punto è che Salis ha commesso un reato in un Paese che non è il suo – dice una giornalista locale, di area governativa -. C’è un autista nostro connazionale in carcere da voi, in Italia. Guidava un pullman dalle parti di Verona, ha subito un processo ed è stato condannato. E chi ha protestato da Budapest?”. Il problema è la sproporzione, proviamo a ribattere. “Ma le leggi sono diverse, qui funziona così”.

“Non è la Bielorussia”

È molto difficile essere gay, ebrei, rom, sinti in questo paese – riprende Arabella -. E anche essere attivisti. Perché il governo non viene a picchiarti, non è la Bielorussia, dove la dittatura è sfacciata. Ci sono modi molto più sottili per bloccare il dissenso. E passano dalle amicizie, ma anche dal sistema scolastico”. Il ventennio del presidente Viktor Orbán presenta il conto e l’equazione sicurezza meno libertà fa presa nel pubblico. Che, nonostante tutto, continua a votarlo.

Lo splendore di Budapest si scioglie nel buio. Le tute mimetiche e le croci celtiche, i fucili e le teste rasate si dirigono verso i boschi. Lontano dai luoghi delle manifestazioni, la città riprende a vivere la vita un sabato sera come tanti: i ragazzi nei bar, le birre. Restano le immagini e la sensazione di aver assistito a qualcosa che altrove non sarebbe stato possibile. “Hanno tutti il diritto di manifestare – riprende la collega della stampa locale -. O no?

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