venerdì, Giugno 14, 2024

Parkinson, i cani lo fiutano con una precisione del 90%

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L’incredibile fiuto dei cani torna ancora un volta in nostro aiuto. In questo caso parliamo della malattia di Parkinson. Il naso di questi animali, infatti, potrebbe rappresentare un nuovo potenziale approccio, non invasivo, rapido ed economico per la diagnosi, consentendo così ai pazienti un accesso precoce ai trattamenti. A riferirlo sulla pagine della rivista pre-print bioRxiv sono stati Lisa Holt e Samuel Johnston dell’organizzazione PADs for Parkinson’s che hanno osservato come diverse razze di cani, dopo uno speciale addestramento, abbiano riconosciuto i composti volatili associati alla malattia con una precisione pari a quasi il 90%.

Cani e malattie

Le persone affette dalla malattia di Parkinson producono centinaia di sostanze chimiche uniche nel loro sebo, la sostanza oleosa che idrata la pelle. E dato che il Parkinson è una malattia diagnosticata clinicamente che comporta ancora oggi un tasso di diagnosi errate relativamente elevato, la comunità scientifica si è concentrata su queste queste sostanze chimiche, che potrebbero essere utilizzate per facilitarne l’identificazione. Studi precedenti, come vi abbiamo già raccontato, hanno mostrato che i cani, il cui senso dell’olfatto può essere fino a 100mila volte più potente del nostro, rilevano composti organici volatici peculiari di pazienti con alcuni tumori, come quello al polmone e alla prostata, ma anche diabete, malaria e Covid-19.

Gli odori del Parkinson

Per capire se anche nel caso della malattia di Parkinson il fiuto dei cani sarebbe stato d’aiuto, i ricercatori hanno reclutato 23 cani di 16 razze diverse, tra cui Golden retriever, cani da pastore (due razze comunemente usate per questa tipologia di studi), Pomerania (volpini) e i mastini inglesi (Mastiff) e prelevato campioni di sebo da 43 persone a cui era stata diagnosticata la malattia di Parkinson e altre 31 in buona salute. Da qui, ogni cane è stato sottoposto a un programma di addestramento della durata di otto mesi, in cui veniva insegnato loro a comunicare la presenza della malattia, ossia specifici composti volatili, sedendosi, abbaiando o alzando la una zampa. Per incentivarli, ogni campione da annusare fornito da un paziente con malattia di Parkinson è stato abbinato a una ricompensa, come cibo o un giocattolo. Una volta completato l’addestramento, i cani sono stati esposti a campioni di sebo che non avevano mai incontrato.

Un naso precisissimo

Nel complesso, i cani hanno identificato i campioni di pazienti con la malattia di Parkinson con una precisione in media dell’86% e non hanno “risposto” ai campioni dei volontari sani l’89% delle volte. “Una volta terminato l’addestramento, sarebbe possibile verificare se i cani sono in grado di identificare il Parkinson in una fase molto precedente, quando l’intera gamma di sintomi non è ancora presente”, ha commentato Holt. In sintesi, quindi, questo studio fornisce ulteriori prove dell’esistenza di uno o più composti organici volatili nel sebo di pazienti che possono essere rilevati dai cani. “Molti studi sui cani per il rilevamento delle malattie sono una proof of concept, per esempio con solo due razze”, ha commentato al New Scientist Nicola Rooney, ricercatore dell’Università di Bristol (Regno Unito). “Questo studio dimostra che l’addestramento può avere successo con una varietà di razze”.

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