lunedì, Aprile 22, 2024

Un Large language model italiano è già pronto ma mancano i soldi per lanciarlo

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L’intelligenza artificiale è diventata il sacro Graal della tecnologia. Tra gli aspetti più interessanti su cui diversi paesi stanno lavorando c’è l’adattamento dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM, acronimo dall’inglese Large language model) agli idiomi nazionali. Perché l’Ai plasmerà il futuro, e, se molte attività oggi compiute da esseri umani passeranno da qui, a nessuno che non sia madrelingua piace parlare come Shakespeare e Steve Jobs per comporre i testi delle proprie presentazioni powerpoint. Non solo. Per i governi (lo sanno bene a Parigi) appiattirsi sull’inglese significa rinunciare a un elemento importante di soft power.

Così, in tanti si sono messi in moto. Macron e la Francia sono corsi ai ripari con Mistral, capace di raccogliere cento milioni di euro in un solo mese nella primavera del 2023; a lavorarci, alcuni dei migliori ricercatori al mondo. Nomi noti nell’ambiente, la cui caratura scientifica ha senz’altro aiutato a far aprire i portafogli agli investitori. Decisivo, però, è stato soprattutto il sostegno dell’Eliseo.

La Cina, al solito, fa le cose in grande: Pechino avrebbe addirittura approvato più di 40 LLM per uso pubblico, riporta Reuters. Non vuole essere da meno la Germania: imparare il tedesco (133 milioni di parlanti a livello globale) non è una passeggiata. L’idioma rischia di perdersi con la rivoluzione legata all’Ai, e così Berlino ha sviluppato Leolm. Per l’arabo, ci hanno pensato i piccoli (ma ricchissimi, e agguerriti in campo tecnologico) Emirati Arabi Uniti con Falcon.

L’Italia? Un passo indietro

L’Italia resta un passo indietro. Mancano investimenti, almeno di questa scala. Tra i progetti più avanzati – funzionanti – a oggi, ce n’è uno che prende in prestito il nome del sommo poeta nazionale. Si chiama Dante, e nasce dalla squadra di Fabrizio Silvestri, non a caso toscano. Silvestri è ordinario di Intelligenza artificiale e Deep learning all’Università La Sapienza di Roma. Un curriculum, il suo, che spazia dall’accademia alle multinazionali. Come l’esperienza in Facebook, in cui ha conosciuto e lavorato assieme a molti dei nomi più à la page di un settore che fino a poco fa era affare da nerd e adesso è in grado di spostare decine di milioni. Anche solo a nominarlo nei pitch di presentazione.

La storia di Dante

Facciamo un passo indietro. La storia dei modelli linguistici estesi italiani comincia qualche anno fa. In principio, racconta Silvestri a Wired, era Camoscio, sviluppato da un gruppo di ricerca gemello, quello di Emanuele Rodolà, in forze al dipartimento di Informatica sempre della Sapienza. Camoscio è un LLM basato su un progetto dell’Università di Stanford in California chiamato Alpaca, a propria volta basato su LLAMA, la prima versione dell’LLM di Meta.

Qualche mese dopo, dalla collaborazione dei gruppi di Silvestri e Rodola, arriva Fauno, che si dimostra più adatto a interagire con gli esseri umani. “Camoscio – spiega Silvestri – non è in grado di interagire in modo naturale con una persona: solitamente termina il discorso senza invitare l’utente al dialogo”.

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