lunedì, Aprile 22, 2024

La zona d'interesse – Recensione

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Rudolf Höß vive con la sua famiglia in una bella casa adiacente al campo di concentramento di Auschwitz. Lui ne è il comandante e ogni mattina in groppa al suo cavallo entra nel campo, separato dalla sua abitazione da un grosso muro in cemento sormontato dal filo spinato. Il comandante del campo vive con la moglie, i suoi figli ancora piccoli e dei prigionieri del campo che ha “affrancato” ossia li fa vivere con lui come servitù. La grossa villa è comprensiva di piscina e serra e si trova vicino a un fiume dove la famiglia Höß trascorre attimi di serenità famigliare. Rudolf, però, è anche ambizioso e vuole ottenere sempre più potere nella Germania nazista di fine Seconda guerra mondiale che colleziona insuccessi nelle battaglie e pensa ad eliminare le tracce dei suoi orrori, aggravando la tragedia attraverso la soluzione finale, di cui appunto Höß ne è uno dei principali organizzatori e pensatori. Mentre, quindi, l’uomo decide del suo destino, la moglie non vuole seguirlo nei suoi nuovi incarichi perché in fondo vive bene a ridosso di quel muro e dall’altra parte la macchina di morte del grande campo di Auschwitz con tutti i suoi sottocampi, non smette di produrre un rumore infernale.
Senza dubbio l’elemento linguistico che più cattura l’attenzione dello spettatore de La zona d’interesse è il frastuono che proviene dall’altra parte di quel muro. Non è assordante, ma è un lento sottofondo composto di spari, urla, suoni metallici e bruciatori. Nella prima parte del film, questo tappeto sonoro è costante e si accompagna al colore acceso del fuoco proveniente dalle ciminiere dei forni crematori che rovina l’oscurità della notte. Questi elementi visivi, però, non disturbano la famiglia Höß, né il padre, né la moglie, né i figli che anzi vivono in una condizione di vita apparentemente normale. È normale per i figli del comandante del campo sentire quel frastuono, giocare con dei denti d’oro, vedere la servitù di casa non fiatare ed eseguire i propri compiti in maniera remissiva o subire i soprusi verbali della moglie di Höß, interpretata da Sandra Hüller, che riversa su di loro l’insoddisfazione della sua esistenza. Eppure la moglie confessa al marito di stare bene in quella villetta, di essere serena e quindi si oppone energicamente alla volontà dell’uomo di trasferire tutta la famiglia per un suo nuovo incarico. E l’opposizione della donna va bene anche a Rudolf Höß (Christian Friedel) che anzi non controbatte, perché lui è concentrato sulla propria realizzazione professionale. È pingue, flaccido e anche spietato. Ascolta con grande attenzione gli architetti che gli propongo il progetto di un forno crematorio più funzionale all’eliminazione dei prigionieri; relaziona ai suoi superiori e agli altri direttori dei campi di concentramento nazista i numeri straordinari che ottiene ad Auschwitz in merito alla soluzione finale. A lui non interessano le vite, ma i numeri e per questo incarna perfettamente la macchina burocratica, distaccata, senza vita, assuefatta all’orrore della Germania nazista in cui cancellare fisicamente i prigionieri dei campi è un lavoro come un altro. Rudolf Höß fa quello che deve fare, perché quello è il suo mestiere e quello vuole fare e quindi non c’è da stupirsi quando, dettando alcune lettere ai suoi superiori a chiosa dice con evidente distacco: «Heil Hitler eccetera eccetera», perché per lui tutto quello è routine, è la banalità del male, come disse Hannah Arendt. Se visto, quindi, seguendo queste caratteristiche, La zona d’interesse dovrebbe essere un film su un episodio relativo alla deportazione e uccisione dei prigionieri dei campi di concentramento da parte del nazismo. Il film, però, non vuole raccontare questo. Infatti, qual è la zona di interesse di cui parla il titolo, tradotto letteralmente dall’inglese che recita The Zone of Interest? “Interest” infatti in italiano diviene interesse e si riferisce non solo all’attenzione, alla curiosità, ma anche al guadagno. Il nuovo lavoro di Jonathan Glazer è un film sull’interesse intrecciato all’ambizione. Rudolf Höß ha uno scopo nella vita: essere il migliore in quello che sa fare meglio ossia deportare, uccidere ed eliminare. Questo è il suo interesse, il suo guadagno; quello di sua moglie non è stargli vicino, anzi liberarsene e vivere la sua vita anestetizzata dal male in quella villetta vicino al campo di Auschwitz con tutti i suoi agi e privilegi. L’interesse è anche quello della Germania nazista nell’applicare la soluzione finale; il rischio è quello che corre una delle inservienti/prigioniere di Rudolf Höß quando la notte esce di nascosto da casa a disseminare frutta vicino agli utensili o ai luoghi di lavoro dei prigionieri fuori dal campo. L’interesse è quella sorta di visione che il comandante nazista ha verso la fine del film su come diventerà qualche decennio dopo il suo campo di Auschwitz. La zona d’interesse, quindi, inizia come un film sulla relazione tra la casa degli Höß, il loro mondo di vivere e il muro che li separata dal campo di concentramento per divergere verso altro, lasciando stare la visione e il rumore della tragedia, a discapito dell’orrore banale, normale si potrebbe dire in una dimensione terrificante, dello sterminio nazista.
Quindi, Glazer cosa voleva raccontare? Qual è lo scopo del suo film? Qui sta appunto la questione. Non è chiaro e questo riguarda un po’ tutta la cinematografia del regista inglese. I suoi quattro lungometraggi cosa raccontano, quale cinema esprimono? È possibile dire alla fine della visione di un film di Glazer, “questo è un film di Glazer?”. Sinceramente no. Il regista, infatti, non è uno sperimentatore, non gioca con i generi in cui inserisce la cifra del suo cinema, non è uno che azzarda, ma semplicemente un regista che cerca ancora la sua strada. Sono passati molti anni dal suo esordio come regista: Glazer ha affrontato vari linguaggi come il video musicale, lo spot pubblicitario, il lungometraggio, ma ancora non ha affrontato un discorso serio sulla sua identità da regista. La zona d’interesse, purtroppo, è il frutto di questa mancanza di direzione e certo alcune scene in negativo o il buio entro cui sprofondano gli spettatori che incornicia il film, non bastano a conferire una definizione al film. In uno sforzo di enorme concettualizzazione forse il buio, il colore nero come elemento di distruzione può essere il collegamento tra questo film e Under the Skin, il precedente; forse in un ancora maggiore atto di concentrazione si può individuare l’idea della sopraffazione del potere come chiave di lettura per i quattro lungometraggi di Glazer o forse queste ipotesi sono solo dei tentativi. Lo spunto iniziale di quel muro poteva essere il film. Il regista inglese avrebbe potuto focalizzarsi sulla contrapposizione tra i due mondi separati senza necessariamente mostrare la vita dentro il campo, ma lasciando il suono come elemento di raffronto; ha deciso, invece, di lasciare lo spettatore a viaggiare nel suo film senza bussola. Il regista utilizza delle inquadrature geometriche in cui mostra tutti gli angoli di visuale di una scena, a che scopo? Per creare tensione? Ci riesce poco, perché alla lunga il gioco diviene prevedibile. Come l’uso del negativo per mostrare la fuga clandestina notturna della ragazza non si lega linguisticamente al resto della pellicola, anzi risulta disturbante.

Possiamo dire che lo spunto di analisi storica e cinematografica di quel muro di separazione così agghiacciante in tutti i suoi risvolti, meritava un’idea di film più costruita e di maggiore spessore narrativo, filmico e di riflessione. 

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