venerdì, Giugno 14, 2024

Digital markets act, chi controlla che le big tech lo rispettino?

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La campanella è suonata. Per sei grandi piattaforme digitali il Digital markets act (Dma), il regolamento europeo su mercati e concorrenza online, è diventato legge dal 7 marzo. L’obiettivo di questo nuovo pacchetto di regole è controbilanciare il peso di questi giganti in Europa e rendere più equi i servizi agli utenti e la concorrenza con piccole e medie imprese. Tocca fare i compiti a casa a Alphabet (la holding di Google), Amazon, Apple, Meta (che possiede Facebook, Instagram e Whatsapp), Bytedance (la casa madre di TikTok) e Microsoft. Detto altrimenti: abbattere gli steccati tra servizi e renderli interoperabili (come la chat); disinstillare app presenti di default su un dispositivo in favore di quelle che un utente preferisce; rendere trasparenti processi di profilazione e pubblicità.

I destinatari della legge sono i cosiddetti gatekeeper, nel gergo del Digital markets act, ossia i guardiani dei mercati online. Per essere inclusi nella lista occorre avere una capitalizzazione di mercato di almeno 75 miliardi di euro, 7,5 miliardi di fatturato annuo, e almeno 45 milioni utenti attivi al mese e 100mila all’anno in ambito business.

Il Dma si applica a 22 servizi di questi operatori: TikTok, Facebook, Instagram, LinkedIn per l’area social network; Whatsapp e Messenger per la messaggistica; Youtube in quella video, Google Search sotto il campo ricerca, Chrome e Safari in ambito browser. Google, Amazon e Meta sono i servizi “core” il segmento pubblicità, Android, iOS e Windows nei sistemi operativi, mentre nel campo dell’intermediazione e dell’ecommerce si contano Google Maps, Google Play, Google Shopping, Amazon Marketplace, App store di Apple e Meta Marketplace. Al momento sono esclusi iMessage di Apple e Bing, Edge e Microsoft Advertising per il colosso di Redmond. Le aziende hanno annunciato una serie di interventi, ma i rapporti di trasparenza che hanno dovuto pubblicare per ottemperare il regolamento fanno luce su alcuni aspetti rimasti nell’ombra.

TikTok e CapCut

Partiamo da TikTok, che ha contestato l’inclusione nella lista dei gatekeeper. Nel frattempo, però, è corsa ai ripari. Nel suo rapporto di trasparenza il gruppo che controlla la app, Bytedance, ha annunciato che a marzo Capcut, applicazione di montaggio video, modificherà le modalità di acquisizione del consenso per rendere più chiaro che condivide informazioni con TikTok. In futuro la app renderà più specifica la selezione dei dati che si possono scaricare. E saranno abbattuti i tempi per la portabilità: da 1-2 giorni, dichiara l’azienda, a pochi secondi.

Amazon e i dati aziendali

Nel rapporto di Amazon, invece, viene a galla l’adozione di una politica interna per i dati dei venditori. Il colosso dell’ecommerce non dice granché, se non che ha identificato responsabili e dipendenti le cui decisioni potrebbero essere viste in competizione con i venditori e che ha fatto formazione perché non usino le informazioni prodotte dalle aziende che vendono sulla piattaforma per sviluppare strategie o prodotti che facciano concorrenza sleale, imponendo anche restrizioni di accesso e creando meccanismi di monitoraggio. Suona quasi come una ammissione implicita delle accuse che sono state rivolte all’azienda negli anni passati. In India, per esempio, come denunciato da Reuters. Un’altra voce riguarda nuovi strumenti di trasparenza sulle campagne pubblicitarie e sui risultati raggiunti, per capire quando generi in termini di visualizzazioni e di acquisti un’inserzione online. La pubblicità è diventata una delle fonti di profitto più importanti per l’azienda.

Whatsapp e il protocollo Signal

Il fuoco della relazione di Meta è l’interoperabilità di Whatsapp con altre chat di messaggistica. Ossia consentire che attraverso la app di Meta un utente possa scambiarsi messaggi con utenti che rispondono da altre piattaforme. Il gruppo di Mark Zuckerberg ha selezionato il protocollo di Signal, considerata la app di messaggistica più attenta alla privacy, per collegare i concorrenti, benché precisi che “non può garantire che nessun altro a parte mittente e destinatario accede ai contenuti”.

Quella della sicurezza fuori dagli steccati delle proprie app è uno degli argomenti più cari ai gatekeeper per contestare il Dma. Ad ogni modo il problema è che sebbene le chat alternative in Whatsapp avranno lo stesso aspetto di quelle dell’app stessa, nessuna piattaforma si è fatta avanti finora per collegarsi al colosso. Insomma, servirà un impulso da parte della Commissione europea perché una delle rivoluzioni che ha più care nel Digital markets act non resti lettera morta.

Account divisi

L’altro elemento riguarda la separazione degli account nella galassia Meta. Oggi chi ha creato un profilo Messenger con Facebook, può decidere di scollegarlo. L’azienda assicura che non cambia niente, se non che si parte da zero: occorre importare i contatti, popolare le caselle di messaggistica, mentre il pregresso resta salvato in un archivio su Facebook, sempre a disposizione. Un ostacolo che non sembra pratico per gli utenti. Lo stesso dicasi per gli account di servizi come Gaming e Dating, che riducono le funzioni se si sceglie di scinderli da Facebook.

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