venerdì, Giugno 21, 2024

Direttiva rider, cosa c'è nelle regole su cui si sta accordando l'Europa

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Lunedì 11 marzo i ministri del lavoro dell’Unione europea hanno dato il via libera alla cosiddetta direttiva rider, una legge che regolare la situazione contrattuale dei lavoratori digitali per piattaforme come Uber e Deliveroo. La direttiva – spiega il Consiglio europeo – renderà più trasparente l’uso degli algoritmi nella gestione delle risorse umane, garantendo che i sistemi automatizzati siano monitorati da personale qualificato e che i lavoratori abbiano il diritto di contestare le decisioni automatizzate. Aiuterà inoltre a determinare correttamente lo status occupazionale delle persone che lavorano per le piattaforme, consentendo loro di beneficiare di tutti i diritti lavorativi. Il Parlamento europeo voterà l’accordo il mese prossimo, passaggio finale prima che la direttiva rider possa diventare legge, ma sembra che il grosso sia stato fatto e l’accordo rimarrà quello.

Un primo stop

Il progetto di regole, proposto per la prima volta dalla Commissione europea nel 2021, si rivolge a circa 28 milioni di lavoratori nell’Unione, il cui numero dovrebbe salire a 43 milioni l’anno prossimo. Il testo concordato dai 27 ministri del lavoro non è stato un accordo facile da trovare. A dicembre, infatti, i legislatori dell’Unione europea avevano trovato un compromesso preliminare sulla proposta (in una versione alleggerita rispetto a quanto inizialmente proposto dalla Commissione europea), tuttavia l’accordo non aveva ottenuto abbastanza voti favorevoli poiché una minoranza di blocco composta da Francia, Germania, Estonia e Grecia si era astenuta. Questo aveva provocato l’insurrezione di una parte dell’Eurocamera, che denunciava l’aggressiva attività di lobbying messa in campo dai colossi della gig economy e i rapporti privilegiati di alcuni leader nazionali con alcune grandi aziende.

Tuttavia, a cambiare le carte in tavola lunedì sono state la Grecia e l’Estonia che hanno cambiato idea. La ministra del lavoro di Atene, Domna Michailidou, ha informato gli omologhi europei che nonostante le “preoccupazioni che permangono”, il suo governo è pronto ad appoggiare la direttiva “per dar prova di spirito di compromesso”. Nonostante qualche piccolo segnale di apertura, i paesi più intransigenti, Parigi e Berlino, sono rimasti arroccati nelle loro posizioni precedenti, ma la loro contrarietà non è bastata a bloccare la decisione.

Come si decide se un lavoratore è dipendente

Il principale compromesso ottenuto con questo nuovo accordo riguarda la determinazione dei criteri che definiscono se un lavoratore debba essere considerato dipendente, con conseguente accesso ai relativi diritti. Inizialmente, la proposta prevedeva che tali criteri fossero stabiliti dalla Commissione europea per garantire uniformità, ma durante le negoziazioni è emersa un’altra prospettiva. Ora, sarà compito degli Stati membri, basandosi sui contratti collettivi e sulla giurisprudenza dell’Unione europea, definire i fattori (presunzione legale) necessari per considerare l’effettiva sussistenza di un rapporto di subordinazione tra un lavoratore e la piattaforma.

Un portavoce di Uber intervistato da Reuters ha fatto sapere che l’azienda ha accolto con favore il fatto che “i paesi dell’Ue abbiano votato per mantenere lo status quo, con lo status di lavoratore su piattaforma che continua a essere deciso paese per paese e tribunale per tribunale“. Tuttavia, l’accordo ha introdotto una significativa differenza rispetto al passato: l’inversione dell’onere della prova. Questo significa che l’obbligo di raccogliere le prove per dimostrare se un lavoratore sia effettivamente autonomo o dipendente è ora spostato dalla persona che lavora alla piattaforma stessa. Di conseguenza, sarà responsabilità delle aziende dimostrare con prove certe che il lavoratore debba essere considerato un dipendente o meno.

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