lunedì, Giugno 17, 2024

Fast fashion, perché in Francia i capi costeranno di più

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Il primo disegno di legge al mondo contro il fast fashion ha superato il voto della Camera in Francia e ora si attende il passaggio in Senato per la sua approvazione definitiva. Il testo, presentato dal governo, punta a istituire una tassa ambientale sui capi prodotti dai grandi produttori di fast fashion, che non rispettano le politiche climatiche e i diritti dei lavoratori, a vietarne la pubblicità e obbligare i marchi a informare i consumatori dell’impatto ambientale della loro produzione.

Come riporta uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature, l’industria tessile produce da sola il 10% delle emissioni di gas serra mondiali, consuma 1,5 mila miliardi di acqua all’anno, è responsabile dell’inquinamento delle falde acquifere e contribuisce alla diffusione di microplastiche. A pesare particolarmente su questi dati è proprio il settore del fast fashion, che punta alla produzione di massa di capi a basso costo e in rapida successione.

Durante la presentazione del disegno di legge, si legge su France24, i deputati francesi hanno citato direttamente Shein, azienda cinese del fast fashion al centro di molte critiche per violazione dei diritti umani e delle politiche ambientali, che da sola produce 7.200 nuovi capi al giorno. Il nuovo provvedimento punta quindi a reagire contro gli eccessi di questo settore, limitandone la diffusione e rispondendo così anche agli appelli di ambientalisti e organizzazioni della società civile.

Non sono ancora stati diffusi tutti i dettagli della norma, che saranno pubblicati in un decreto una volta superato il voto al Senato, ma il testo parla già di una tassa ambientale e del divieto di pubblicità per le aziende del fast fashion. La tassa comporterà un sovrapprezzo iniziale di 5 euro per tutti i capi prodotti in questo settore, che verrà aumentato a 10 euro entro il 2030. I proventi saranno destinati a chi produce abiti in maniera sostenibile.

Inoltre, le compagnie del fast fashion dovranno fornire informazioni affidabili ai consumatori rispetto all’impatto ambientale delle loro attività, ma è stato rifiutato un emendamento dei Verdi che chiedeva di includere anche sanzioni minime per chi viola le regole e quote massime alle importazioni.

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