lunedì, Giugno 17, 2024

Addio a Thomas Stafford, che volò verso la Luna e fu comandante dell'Apollo-Sojuz

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I problemi – logistici, tecnici e culturali – che la Nasa e il team sovietico devono risolvere abbondano: ci sono sistemi d’aggancio incompatibili, metodologie di lavoro diverse, persino atmosfere differenti all’interno delle due navicelle destinate ad attraccare. Eppure, il 17 luglio del 1975, i due comandanti Stafford, all’epoca generale dell’Aviazione, e Leonov, si stringono la mano mentre sorvolano, più in alto del cielo, il fiume Elba, come avevano fatto i loro padri, soldati americani e sovietici, nella seconda guerra mondiale.

In quel momento, il saluto ha un valore simbolico senza precedenti e, per questo, l’eco mediatica è globale. Per la prima volta – davvero – ci si rende conto di come lo spazio sia la testimonianza di una possibile fratellanza terrestre. Ed è là, oltre l’atmosfera, che due mondi iniziano a lavorare insieme. Non è un caso se, al netto di strategie nazionali diverse, di lì a pochi anni il programma di una stazione spaziale americana, la Freedom, venga esteso in quella che sarà la Stazione spaziale internazionale.

Ciò non toglie che, per l’Apollo, il rientro in atmosfera sia drammatico a causa della fuoriuscita di un gas tossico nel modulo di comando. Ed è proprio Stafford, pronto a far indossare le maschere d’ossigeno al suo equipaggio, a salvarlo.

Uniti per la vita. Davvero.

Tom Stafford ed Alexei Leonov tornarono dalla missione Apollo-Sojuz – per la precisione Astp, o “Programma test Apollo-Sojuz” – uniti da un legame profondo: “fraterno”, avrebbero spesso ribadito entrambi. Nel libro scritto da Leonov con David Scott, Two Sides of the Moon, il cosmonauta racconta delle scorribande fatte coi colleghi americani durante l’addestramento, alla ricerca di un bar in cui andare a bere. “I am a siberian cowboy” ripeteva entrando in un locale quando gli negavano gli alcolici dopo l’orario di chiusura. Leonov avrebbe sempre scherzato sul fatto che, per via dell’accento spiccato di Stafford, nella missione Apollo-Sojuz, si parlassero tre lingue: russo, inglese e oklahomskij.

La frequentazione tra gli equipaggi durante l’addestramento in Unione Sovietica e negli Stati Uniti cementò un legame che portò Stafford ad adottare un orfano russo, Stanislav, di cui Leonov fu padrino di battesimo.

Sia Leonov che Stafford sfiorarono la Luna: Leonov, designato a diventare il primo sovietico a camminare sulla superficie selenica, vide il suo sogno infrangersi contro il fallimento del lanciatore N-1 e l’abbandono del programma; Stafford ne ammirò la superficie dal suo Lem.

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