lunedì, Giugno 17, 2024

Mary Barra, alla guida di General Motors nell'era dell'elettrificazione

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Sostiene Mary Teresa Barra, da dieci anni esatti a capo di General Motors, che «il momento giusto per risolvere un problema è il minuto esatto in cui ti accorgi di averlo». Attendere significa solo rischiare che diventi tanto grande da schiacciarti. Perciò, ama ripete ai nuovi assunti, «allenatevi a sciogliere i nodi quando sono ancora piccoli». E così ha fatto. Ad esempio di fronte allo sciopero colossale scatenato lo scorso settembre dal temuto UAW (United Auto Workers), il sindacato americano dei metalmeccanici che per la prima volta nella storia ha dichiarato contemporaneamente guerra a tutti e tre i colossi dell’automobile: General Motors, Ford e Stellantis. Chiedendo un aumento salariale del 40 per cento su base quadriennale nonché diverse garanzie sanitarie e pensionistiche. Richieste davanti alle quali gli avversari hanno traccheggiato e perso soldi. Mentre Barra – che agisce secondo il motto «Mai confondere un progresso con una vittoria» e sa a memoria il libro ispirazionale Ride of a Lifetime dell’ex CEO di Disney Bob Iger – per quanto seccata dalle proteste ha risposto con prontezza: aumento del venticinque per cento e cessazione immediata delle astensioni, che in poco meno di tre settimane le erano costate quasi un miliardo di dollari in perdite varie e ordinazioni inevase.

Il regno di Barra

E pensare che nella contrattazione coi rappresentanti della classe operaia, a livello d’immagine pubblica, proprio lei rischiava di risultare la più debole: il tutto per via di un precedente datato dicembre 2022, quando svelò un investimento da 1 miliardo di dollari per costruire veicoli elettrici nella fabbrica di Ramos Arizpe, in Messico. Mossa di esternalizzazione che lo UAW definì “uno schiaffo in faccia”. E ancora di più, per via dei ventinove milioni di dollari del suo stipendio annuo, che la diretta interessata giustifica come assolutamente congruo e meritato in quanto collegato per il 90 per cento alle performance aziendali che il suo lavoro garantisce. Ma in ogni caso, di gran lunga il più alto rispetto a qualsiasi altra figura apicale nel settore automobilistico, in America così come in altre parti del mondo. Approdo estremo della gender equality che ha applicato: dal 2018, sotto il suo regno, non esiste diseguaglianza alcuna di salario tra uomini e donne.

Entrata in azienda nel 1980 come stagista addetta al controllo dei parafanghi in uno stabilimento Pontiac, il 15 gennaio del 2014 Mary T. Barra, nel suo consueto giubbottino corto di pelle nera che slancia il suo metro e sessantacinque di altezza, è stata nominata amministratore delegato di General Motors. Diventando la prima donna nella storia ad assumere il comando (ora del colosso è anche presidente) di una delle big three dell’automobilismo USA, decidendo direttamente il destino di 167 mila lavoratori distribuiti lungo cinque marchi: Chevrolet, Buick, GMC, Cadillac, Baojun e Wuling. Una realtà capitalizzata in 40 miliardi di dollari, con cento modelli in portafoglio e impianti in 62 paesi. Una designazione così significativa che Barak Obama, nel discorso sullo stato dell’unione del 2014, disse che Barra rappresentava l’epitome della «forza della nostra etica del lavoro e dell’ampiezza dei nostri sogni».

Un ruolo che la incastona dritta dritta nel cuore di tutte le sfide della contemporaneità: lavoro, energia, materie prime, futuro delle città e della mobilità, transizione energetica, sfida climatica. Con qualche propaggine anche in ambito culturale, se già la sua concentrazione di potere non bastasse: da sei anni è nel consiglio di amministrazione di the Walt Disney Company, che significa influenza diretta su attori come ABC News, Pixar, ESPN, MarvelStudio e National Geographic, per citarne alcuni. E qualche tentacolo l’ha allungato anche in cima alla piramide del lobbysmo, nominata presidente del Business Roundable, organizzazione che riunisce gli amministratori delegati di tutte le mogul che possano venire in mente: da American Airlines a JP Morgan, da Apple ad Amazon, da Coca Cola a Caterpillar.

La scalata

Una donna di sessantuno anni dalla parlata velocissima e sintetica, che sembra uscita da una storia familiare italiana degli anni Sessanta: altroché new economy. Discendente di emigranti finlandesi e per la precisione minatori, ha seguito le orme del padre Ray che per trentanove anni di fila in General Motors ha realizzato gli stampi per le carenature. Nata e cresciuta in Michigan, terra di depressione postindustriale, dopo il liceo è entrata al General Motors Institute oggi rinominato Kattering University, istituzione scolastica nella quale l’azienda forma e coltiva i propri dirigenti, dove si è laureata in ingegneria elettronica mentre saltellava da un ruolo all’altro tra gli uffici e la catena di montaggio. In pieno pamphlet americano, a scuola ha incontrato anche il futuro marito, il consulente ingegneristico Anthony Barra, con cui ha fatto due figli, ovviamente uno maschio e l’altra femmina: Rachel e Nicholas. Gli unici che quando la chiamano o le scrivono producono un suono sul suo cellulare, che per il resto dei contatti resta completamente silenziato.

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