lunedì, Aprile 22, 2024

American Fiction – Recensione

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Lo scrittore afroamericano Thelonious Monk Ellison insegna letteratura all’università, ma a causa dei suoi modi poco ortodossi (risponde male agli alunni che lo contraddicono e li caccia dall’aula) è costretto dalla direzione a prendersi un periodo di pausa. Si rifugia a Boston, dalla sua famiglia d’origine composta da sua sorella, da sua madre e dalla anziana domestica. La sua permanenza però è funestata dalla prematura scomparsa della sorella, dalla malattia degenerativa della madre e da un fratello che appare e scompare non dando il giusto aiuto famigliare al povero Monk. Come se non bastasse l’uomo è irritato dall’editoria americana che sostiene la pubblicazione di libri sulla vita degli afroamericani come se fossero tutti criminali e impastati di un linguaggio scurrile. Monk decide, quindi, di scrivere, per sfida e gioco, un romanzo con queste caratteristiche, molto distante dalla sue vere opere, nascondendosi dietro uno pseudonimo. Il libro apre all’insoddisfatto scrittore una prospettiva di vita inattesa e non certo lieta, anzi parecchio ironica e paradossale.
L’opera prima dello sceneggiatore e produttore Cord Jefferson, vincitrice del People Choice Award al Toronto Film Festival 2023, si esprime attraverso due linee narrative. Da un lato c’è la vita famigliare di Monk, dall’altro la sua attività come scrittore. In mezzo c’è l’interpretazione di Jeffrey Wright che con il suo sguardo sconfitto e rassegnato e la sua capacità di adattarsi alle situazioni, regge interamente la pellicola.
Riguardo Monk e la sua famiglia. È composta da una sorella comprensiva che conosce bene il fratello, sa quali sono le sue ambizioni e battaglie. È un sostegno per Monk anche nei confronti della madre che si spegne giorno dopo giorno a causa dell’Alzheimer. Il problema è che Lisa, la sorella, interpretata da Tracee Ellis Ross, viene a mancare presto, lasciando un vuoto nella vita del fratello che colma, solo in parte, la sua assenza con Coraline (Erika Alexander), la vicina di casa della madre. L’uomo, nonostante necessiti di un aiuto, non riesce ad avere un rapporto stabile con la donna che infatti a un certo punto allontana dalla sua vita nella speranza di poterla riprendere poco dopo. Poi c’è Cliff (Sterling K. Brown), il fratello di Lisa e Monk. È abbastanza sui generis perché fa uso di cocaina, vive quasi al limite, nonostante sia un chirurgo plastico, e salta di amante in amante dopo che la moglie l’ha beccato a letto con un ragazzo.
Insomma, Monk con indosso il suo sguardo triste e rassegnato, ma anche un filo impaurito, è fondamentalmente solo in questa battaglia con la vita, perché i personaggi che gli mette vicino il regista non lo aiutano, anzi gli complicano la strada. Ha bisogno di sostegno, come detto, ma nemmeno il lavoro lo soddisfa e qui si intreccia il secondo filone narrativo del film. Questa parte vuole essere quella più ironica e accesa contro l’ipocrisia e la superficialità dell’editoria americana e più in generale degli americani. Jefferson, infatti, costruisce il capitolo della vita da scrittore del protagonista contrapponendo da un lato le richieste degli editori bianchi, benpensanti e sempre alla ricerca del libro che faccia scalpore a discapito dei contenuti, e dall’altro Monk. Come gli dice il suo agente, l’editoria vuole storie da ghetto sui neri americani, vuole un linguaggio crudo, pieno di parolacce, arrabbiato e arrogante e non certo le riflessioni storiche sulla vita degli afroamericani che gli propina il protagonista. In una sera piena di rancore e tristezza, Monk diviene Starr H. Leigh, il suo pseudonimo, e comincia a scrivere la storia che l’editoria vuole. Il libro dal titolo “Fuck”, proposto in maniera provocatoria dall’uomo, è un successo commerciale, incassa e addirittura ottiene una trasposizione cinematografica. Wright è bravissimo nel camuffare la voce e i modi di fare per impersonare Starr H. Leigh ed è altrettanto convincente nell’interpretare un Monk deluso, insoddisfatto e incredulo di fronte all’entusiasmo dell’editore. Monk, infatti, non vuole alimentare lo stereotipo dell’afroamericano che vive nei bassifondi, che è stato in galera e spara a più non posso; vuole con i suoi libri, quelli scritti con il suo vero nome, affermare che i neri d’America sono altro, hanno una propria storia e uscire così dalle etichette commerciali e ideologiche degli editori e delle librerie (fa molto ridere la scena di Monk in libreria quando ha da ridere con il libraio sull’etichetta sotto cui sono stati inseriti i suoi libri). La battaglia del protagonista, che si scontra anche con il mondo del cinema nelle vesti di uno sceneggiatore alla ricerca del colpo di scena, è persa in principio e lui ne è conscio, per questo il personaggio di Monk si può definire triste, arreso e bisognoso di aiuto. Descritto così, American Fiction può apparire un film drammatico, ma in realtà è una commedia amarissima e a tratti triste che fa nascere il riso per l’ironia raggelante e pungente di alcune scene. Jefferson racconta, infatti, con acido sarcasmo le ipocrisie e i sorrisi larghi dell’industria culturale americana (editoria e cinema come detto) che ancor oggi si compone di un establishment bianco che giudica i cittadini neri come gangster. Questo è dimostrato nella linea narrativa del Monk scrittore che si bilancia, però, con la purezza e naturalezza della sua famiglia. Tra le mura domestiche il protagonista respira una serenità esistenziale a discapito della rabbia esplosiva espressa nel contesto universitario, e lo fa stare meglio, per quanto non del tutto soddisfatto. Non può dirsi felice mai, dunque, il protagonista, perché il suo piegarsi, per gioco, ma poi per costrizione, alle regole imposte dal mercato e dell’ideologia corrente, lo mette sempre più di fronte alla realtà dei fatti e rende gli occhi di Monk sempre più afflitti.

Come detto, insomma, guardando American Fiction si ride, a denti strettissimi, e si riflette anche se ogni tanto si perde un po’ la strada maestra. Jefferson, infatti, non amalgama bene le scene, non tiene collegate le due linee narrative che molto spesso si slegano tra loro. Il montaggio troppo spesso appare sbilanciato. Le scene che riguardano l’esistenza famigliare di Monk appaiono troppe e troppo lunghe, per poi passare alle sue tragedie lavorative, fornire qualche spunto e tornare repentinamente a parlare della famiglia. In questo modo chi guarda non capisce quale sia il senso della storia e in che modo si articoli. Ciononostante in prospettiva Cord Jefferson è un autore che può regalarci riflessioni senza compromessi sull’America di oggi.  

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