venerdì, Giugno 14, 2024

Cosa racconta di noi l'arte del gesticolare

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Per esercitare la vostra perizia nell’arte del gesticolare, prendete un cartone animato, meglio se muto, o comunque uno di quelli in cui i personaggi parlano poco o nulla, ma si limitano a fare delle azioni. Guardatelo e provate poi a raccontare quanto avete visto a un amico. Lo farete – chi più, chi meno – usando tanto le parole che i gesti, in maniera spontanea, senza quasi che ve ne accorgiate, come spesso accade parlando pressoché di qualsiasi cosa. Eppure l’arte del gesticolare racconta molto di ciò che siamo, della nostra cultura e del nostro modo di pensare. Cosa possono raccontare per noi italiani, popolo di noti gesticolatori?

È quanto si è chiesta Maria Graziano, professoressa associata presso l’Università di Lund, in Svezia, insieme alla collega, Marianne Gullberg, professoressa di psicolinguistica presso la stessa università, eseguendo esattamente l’esperimento di cui sopra. In realtà la domanda che ha mosso la loro ricerca era piuttosto un’altra: ma è vero che gli italiani gesticolano così tanto? In particolare è vero che superano gli svedesi quanto a gesticolare? Quello che Graziano e Gullberg hanno scoperto – e che raccontano dalle pagine di Frontiers in Communications – è che sì, effettivamente gesticoliamo di più degli svedesi, ritenuti invece più “moderati” in quanto a gestualità. Ma l’aspetto interessante è piuttosto un altro, come ci ha raccontato la ricercatrice italiana. Andiamo con ordine.

Gestualità, un fenomeno universale

La gestualità è un tema su cui scientificamente si discute da tempo. “Già Cicerone e poi Quintiliano ne parlano nei loro manuali di retorica per dare indicazioni agli oratori su come regolare la gestualità, così che la loro arte fosse più efficace. In epoca moderna poi la ricerca sulla gestualità ha preso tante direzioni, e oggi è considerata oggetto di più discipline”, spiega a Wired Italia la professoressa Graziano. Lei, come linguista, si occupa in particolare di come la gestualità integra la lingua parlata e di come si sviluppa nei bambini: “Sappiamo che la gestualità è un fenomeno universale, ovvero non ci sono evidenze di culture in cui non sia presente. D’altronde possiamo dire che la gestualità e la parola nascono insieme, sono concettualizzate insieme, fanno parte dello stesso sistema cognitivo. I gesti integrano la comunicazione verbale, possono aggiungere informazioni non presenti nel parlato, ma servono anche a chi li produce, anche in assenza di un interlocutore visivo, per esempio per alleggerire il carico cognitivo di concetti difficili”. Nella modalità di espressione umana sono così strettamente intrecciati – gesti e parole – che quando si chiede di raccontare qualcosa senza gesti i discorsi si “inceppano” più facilmente, sono più ricche di quelle che tecnicamente chiameremmo disfluenze, spiega la ricercatrice.

Gesti: a ogni cultura il suo significato

Se è vero che i gesti esistono in ogni cultura, non esistono regole universali nel linguaggio della gestualità. “Alcuni gesti sono molto diffusi, certo, come quello che usiamo per salutare, altri sono diffusi e hanno significati simili in alcune culture ma non in altre”. È il caso del gesto con cui indichiamo qualcosa da buttarci alle spalle o il passato (la mano lanciata all’indietro verso le spalle): “Nella cultura occidentale questo significato è abbastanza condiviso, mentre non lo è in quelle africane, dove ciò che sta dietro le spalle, e che dunque non si può vedere, è il futuro”. Alcuni gesti in particolare poi sono molto tipici di alcune culture e possono sfuggire ad altre. Sono i gesti detti convenzionali o emblemi: è il caso della mano a borsa, tipicamente italiano, che non esiste in altre culture. “O ancora di un gesto tipicamente svedese, prodotto con le mani chiuse a pugno con i pollici raccolti nelle altre dita, segno di buonaugurio”.

Lo studio sulla gestualità però, benché raccolga un certo interesse scientifico, è ancora pieno di domande senza risposta. Non è chiaro per esempio se esistano culture che utilizzano di più i gesti rispetto ad altre e perché lo facciano. “Che se ne dica, non è provato che popoli creduti forti gesticolatori, come quelli del Mediterraneo, da arabi, ad italiani, spagnoli e francesi, lo siano davvero. Ci sono alcuni studi sì, ma i risultati sono controversi”. Senza prove, dunque, il luogo comune che vuole gli italiani grandi gesticolatori, rimane appunto un luogo comune. Ma Graziano e la collega hanno provato che in realtà le cose stanno proprio così. O per lo meno che contro gli svedesi, a vincere siamo noi: gesticoliamo di più.

Italiani contro svedesi: chi gesticola di più?

Le ricercatrici hanno allestito un esperimento per dimostrarlo. Come accennato prima, hanno chiesto a due gruppi di persone (italiani o svedesi) di raccontare lo spezzone di un cartone (Pingu) a dei conoscenti che non lo avevano visto. “Abbiamo dimostrato che sì, gli italiani gesticolano di più (il doppio come mostra lo studio: 22 gesti ogni cento parole, contro gli 11 ogni 100 degli svedesi, nda), ma non possiamo dire perché a oggi. Ma il dato interessante non è questo che conferma lo stereotipo”. A essere degno di nota, secondo la ricercatrice, è piuttosto la scelta dei gesti da parte di svedesi e italiani, che tendono a preferire gesti con funzioni diverse: “Gli svedesi usano principalmente gesti rappresentativi, che tendono a rappresentare appunto forme di oggetti o azioni dei personaggi. Al contrario gli italiani preferiscono i cosiddetti gesti pragmatici, ovvero utilizzati per presentare il discorso, che più che riguardare la storia riguardano il modo in cui questa viene raccontata”. La struttura della narrazione, in termini di parlato, è infatti simile, prosegue Graziano, ma i gesti non lo sono, suggerendo modi diversi di concettualizzare la storia: “Potremmo dire che gli svedesi sono più concentrati sull’aspetto concreto della narrazione, rappresentando cosa accade, mentre gli italiani è come se concettualizzassero astrattamente la storia, presentando al loro interlocutore diverse unità di informazione. Sono di fatto due strategie retoriche diverse”.

Le prospettive future

Lo studio in questione è molto piccolo, notano le stesse ricercatrici – parliamo di 22 narratori in tutto reclutati – ma è il primo passo per approfondire le differenze di gestualità tra diverse culture, e non solo. “Ci piacerebbe poter indagare il tema con studi con più partecipanti, con più lingue, e con altri tipi di produzione verbale – come il fornire indicazioni o descrivere oggetti – che probabilmente portano a un uso diverso di gesti. Così come contesti di conoscenza diversi. Sappiamo ancora poco infatti del modo in cui la familiarità incida sula gestualità, o come i tratti psicologici del parlante siano collegati alla sua produzione gestuale”. Quello che sappiamo oggi sui gesti infatti in molti casi è più frutto di sentito dire, stereotipi, che di evidenze nel campo. Anche se da oggi potremmo dire con un po’ più di certezza che almeno sì, gesticoliamo più degli svedesi.

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