lunedì, Maggio 27, 2024

Gloria! – Recensione

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All’istituto femminile Sant’Ignazio poco fuori Venezia tutto è decrepito. I muri cadono a pezzi, il pavimento esterno e interno è sporco e incrostato; di cibo ce n’è poco e l’abbigliamento in generale è composto da vestiti logori e poco curati. Le ragazze, però, che popolano l’istituto, tutte orfane, sono il cuore pulsante di questo eremo di solitudine. La loro bravura come musiciste e cantanti, il loro impegno e la volontà di emanciparsi e trovare un riscatto, le porta a cercare una evasione, non necessariamente fisica, che le conduca, almeno per un attimo, lontano da quell’istituto fatiscente. Fuori intanto è il 1800. Napoleone ha ceduto la Repubblica di Venezia al Regno d’Austria, a Venezia arriva il conclave che eleggerà Pio VII e al direttore dell’istituto, grande musicista e compositore, il Maestro Perlina, è richiesto di scrivere una composizione musicale in suo onore. E poi c’è un pianoforte e una ragazza che non parla, detta “la Muta”.
L’opera prima della cantautrice italiana Margherita Vicario, Gloria!, presentata in concorso alla Berlinale 2024, è musica in tutto e per tutto. È un film che si fonda sulla musica da ascoltare, sugli effetti da questa provocati nelle persone e su come può trasformare la loro vita. La musica è l’essenza del film, ma anche il suo maggior limite. Eppure il film inizia davvero bene, con un montaggio che unisce varie azioni compiute dalle lavoratrici del Sant’Ignazio intente a produrre con il loro lavoro quotidiano, appunto, della musica. Una donna starnutisce, un’altra ramazza, una sbatte i panni mentre li sta lavando, un’altra gira il mestolo nel pentolone; e poi c’è il suono delle scarpe, degli animali da cortile, e le voci umane. Il film prende avvio da qui, da questi suoni che la protagonista, la Muta, l’attrice francese Galatéa Bellugi, ascolta con le sue orecchie e trasforma in musica nella sua testa, intenta a svolgere la sue mansioni di pulizia con grande sacrificio e sottomissione. Lei non suona o per lo meno non lo fa, fino a quando non arriva all’istituto un pianoforte, il primo dell’epoca che viene segretamente nascosto alle orfane-musiciste dal direttore, il Maestro Perlina, prete, musicista, direttore dell’orchestra femminile, interpretato da un rugoso e arcigno Paolo Rossi. Questo è una figura torva e scura, insicura e fragile soprattutto quando il nobile locale gli ordina di scrivere una composizione musicale in onore del nuovo Papa. Il personaggio di Perlina quindi non è musica, anzi quando si mette a comporre non riesce a incastrare insieme due note; rappresenta, così, l’opposto del dolce suono armonico incarnato dalle sue allieve, le musiciste di quella piccola orchestra che ogni domenica allietano e animano la messa: loro sì che sono musica. Solo che nelle mani di Perlina suonano male perché le sottovaluta, le offende, le reprime e le fa suonare composizioni vecchie e retoriche. A questo punto arriva il pianoforte, l’elemento narrativo che distrugge la monotonia di vita delle ragazze e conferisce loro una speranza sul presente e sul futuro. Nel mondo al di fuori dell’istituto pulsano e vibrano le azioni e i pensieri della Rivoluzione Francese e di Napoleone suo grande interprete, a torto o ragione, e le quattro musiciste protagonista della pellicola, Prudenza (Sara Mafodda), Marietta (Maria Vittoria Dallasta), Lucia (Carlotta Gamba) e Bettina (Veronica Lucchesi), capiscono come declinare questi nuovi pensieri anche nel loro contesto. Tutte loro si radunano insieme al pianoforte che scoprono grazie alla Muta. Lei è la prima a scoprire questo nuovo strumento e nel suonarlo richiama, come un pifferaio magico, le altre ragazze.
Il pianoforte è il nuovo, quindi; la giovane serva, così, interagisce con le musiciste e svela la voce e il suo nome, Teresa. Insieme si conoscono e studiano nuovi modi di suonare e interpretare la musica, lasciando che nuovamente, la musica si impadronisca del film. In mezzo ci sono altre flebili linee narrative che servono a sostenere e mandare avanti la storia, come lo strano rapporto tra il Perlina e un giovane ragazzo e quello tra Teresa e un bambino, apparentemente figlio di una nobile famiglia. Queste linee narrative nell’idea di scrittura e regia di Margherita Vicario sono sovrastate dalla musica nel sonoro e nelle immagini.
Se raccontato così, Gloria! è senza dubbio un film che si accorda primariamente sulle melodie ascoltate raccolte nella colonna sonora; e non sarebbe una cattiva idea, anzi una buona idea cinematografica. Ci sono dei però, che non possiamo non mettere in evidenza. Gloria! è forse un po’ troppo un film basato sulla musica, soprattutto nella parte centrale della pellicola, quella della composizione segreta delle cinque protagoniste attorno al pianoforte, così da risultare sbilanciato rispetto alle altre idee narrative. L’appoggio storico – l’ondata di nuove idee della Rivoluzione Francese e di Napoleone – è solo brevemente accennato nei suoi principi storici da parte delle ragazze musiciste, per poi non trovare nessuna menzione, a torto però, perché se il film risulta essere in costume nel 1800 è fondamentale che questo accenno sia ripreso, perché deve così giustificare anche la rivoluzione delle protagoniste. Poi la relazione tra Perlina e il ragazzo, come il rapporto che lega Teresa al bambino o la relazione di coppia tra Lucia e un ragazzo figlio della nobiltà sono tutti assi narrativi accennati all’inizio e utilizzati, però, solo come pretesti narrativi soprattutto nella parte finale quando servono a chiudere la storia. In questo modo risultarono prevedibili e poco coesi con il resto del film.
Infine c’è la musica stessa. La sperimentazione rivoluzionaria che le cinque protagoniste valutano nel buio del loro segreto si concretizza nell’espressione della canzone nel senso più contemporaneo del termine, nell’improvvisazione quasi jazzistica e nella musica corale dal ritmo tribale del concerto finale. Sono tutti, però, elementi musicali troppo novecenteschi, troppo moderni in riferimento a quel contesto. Se l’innovazione musicale scritta dalle musiciste fosse stata un po’ più inerente con il contesto storico, il film sarebbe risultato più credibile. In questo modo, invece, si ricorda la singola scena, la singola canzone, la specifica musica e le scene corali annesse, perdendo di vista il valore della storia.

Margherita Vicario sicuramente esprime un cinema fresco e nuovo, sorretto dalla grande voglia di raccontare una storia diversa e non convenzionale. Però, c’è un limite all’idea di finzione in un film e a come questa possa essere utilizzata in maniera arbitraria. Se gli elementi narrativi della pellicola non sono legati insieme e contestualizzati nel periodo storico, soprattutto se il film è in costume, il risultato è una pellicola sfilacciata e non coerente. La Vicario deve crescere e la volontà di fare del buon cinema c’è e si nota, anche solo nella scelta di portare sullo schermo un tema attuale come l’emancipazione femminile di cui il cinema si deve fare interprete. Gloria! è, concludendo, un’opera prima e quindi comunque va tutelata. Il paradosso è che ciò che fa apprezzare il film, ossia la ricerca della musica, è allo stesso tempo ciò che lo fa scricchiolare.

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