lunedì, Maggio 27, 2024

Far East Film Festival 2024 – Focus su Shinji Somai

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Greatest Hits from ‘80s e ‘90s – parte due. Dopo l’interessante percorso proposto l’anno scorso, torna anche in questa edizione del Far East Film Festival la retrospettiva dedicata agli anni Ottanta e Novanta. Una selezione di “capolavori nascosti che hanno sempre brillato silenziosamente, come le canzoni pubblicate sul lato B dei vecchi 45 giri”. Così vengono presentati i titoli in programma, tra i quali spiccano due film di Shinji Somai davvero stupendi: Typhoon Club e Moving. Capolavori di un regista poco conosciuto in Occidente, ma molto considerato in Giappone, attivo proprio in quei due decenni e scomparso prematuramente nel 2001.

Nell’approcciarsi a un autore, e per la forte impronta registica-stilistica Somai merita pienamente quest’appellativo pur non firmando le sceneggiature dei lungometraggi che ha diretto, è sempre utile partire da qualche dato biografico e dal suo percorso cinematografico. Nato il 13 gennaio del 1948 a Morioka, capitale della prefettura di Iwate, nel nord del Giappone, già da adolescente si diverte a realizzare film amatoriali in 8 mm. L’università la frequenta a Tokyo, ma siamo alla fine degli anni Sessanta, impazzano i movimenti studenteschi, e alle lezioni preferisce l’attivismo. Fino a quando, qualche anno dopo, inizia la sua avventura nel mondo del cinema entrando alla Nikkatsu, storica casa di produzione che proprio allora per reagire alla crisi dell’industria cinematografica si lancia sui roman porno. Una gavetta come assistente utile per il suo percorso che poi lo porterà a confrontarsi direttamente con il genere quando nel 1985 realizzerà Love Hotel. Il quinto film della sua carriera da regista iniziata cinque anni prima con Tonda Couple, tratto da un manga con protagonisti due studenti delle superiori, un ragazzo e una ragazza, che si ritrovano a vivere sotto lo stesso tetto. Dopo il buon esordio torna dietro la macchina da presa nel 1981 e si consacra con il grande successo, di pubblico e di critica, che ottiene grazie a Sailor Suit and Machine Gun, incentrato su una studentessa, con la sua uniforme da marinaretta, che si ritrova a capo di un clan yakuza. Il film mette in chiara evidenza il talento del regista che si esprime in bellissime inquadrature, ricorrenti nei suoi film (ricche di fascino le riprese da un angolo basso), e in meravigliosi piani sequenza, una delle caratteristiche principali del suo stile. A questo riguardo non si può non citare il long take iniziale di Lost Chapter of Snow: Passion, altro film del 1985, che parte con circa quattordici minuti senza stacchi di montaggio per introdurre l’infanzia da orfana della giovane protagonista della storia. Utilizzo ricorrente e abbondante di piano sequenza che risulta importante anche per dare una maggiore naturalezza alla recitazione di bambini e ragazzi, spesso interpreti principali dei suoi film. Somai cerca di guardare il mondo dal loro punta di vista, senza alcun preconcetto da adulto. Il risultato sono dei film di grande forza, onesti e sorprendenti, che fanno del regista uno dei più maggiori poeti dell’adolescenza nel cinema giapponese. I film del tributo a Udine, Typhoon Club e Moving, rappresentano in questo senso dei veri capolavori (sotto un piccolo commento su entrambi). Ma in questo filone rientrano anche P. P. Rider, suo terzo lungometraggio andando in ordine cronologico, in cui tre studenti delle superiori vanno alla ricerca di un compagno scomparso e si ritrovano in mezzo a pericoli della città, e The Friends, emozionante racconto di formazione con al centro tre ragazzini realizzato nel 1994. La filmografia di Somai non si può comunque ridurre a una sola tematica o rinchiudere in pochi generi. Torna spesso il coming of age, ma c’è anche il film erotico come ricordato. E ci sono esempi di realismo sociale, il notevole The Catch, del 1983, incentrato sulla dura vita dei pescatori, e di road movie, ben rappresentato dal viaggio da Tokyo all’Hokkaido compiuto dai protagonisti di Kaza-hana girato nel Duemila. Ultimo lungometraggio di Shinji Somai che muore, a causa di un cancro ai polmoni, il 9 settembre del 2001. A soli 53 anni.

TYPHOON CLUB (1985). Nota personale: è con questo film che ho scoperto ormai diversi anni fa il cinema di Shinji Somai, incuriosito dal commento favorevole di Bernardo Bertolucci riportato nel volume “La mia magnifica ossessione” dove sono raccolti suoi scritti sul cinema, ricordi, interventi vari. Riguardo al lungometraggio si legge: “Ero in giuria al festival internazionale del cinema di Tokyo e lo premiammo come miglior film. […]. È uno dei film sull’adolescenza più belli e toccanti che mi sia capitato di vedere. Un film assolutamente devastante, direi violento“. E non si fa fatica a capire perché lo abbia apprezzato molto, visto che nel film si respira quella inquietudine cara al maestro italiano. La trama e il titolo potrebbero far venire in mente Breakfast Club, il cult di John Hughes che, curiosa coincidenza, è anche dello stesso anno. Anche qui i protagonisti sono un gruppo di studenti costretti a restare chiusi a scuola, in questo caso bloccati a causa dal maltempo. Paura di crescere, violenza, confusione mentale, turbamenti sentimentali e sessuali. Non è difficile vedere la connessione tra il tifone e la tempesta ormonale. Ma l’uragano è anche di più, è il vortice dell’adolescenza in generale. Immagine forte della fase di passaggio all’età adulta, in un film di grande impatto.

MOVING (1993). Già proposta pochi mesi fa alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Classici, la versione recentemente restaurata di questo straordinario film è stata giustamente inserita nel dittico con il quale il FEFF ha voluto omaggiare Somai. Un coming of age di mirabile delicatezza, concentrato sugli sforzi della giovanissima protagonista che cerca di evitare la separazione dei genitori. Dietro alla sua meravigliosa freschezza ed energia, c’è il dolore violento di una bambina che vede spaccarsi la sua famiglia. Prestazione superlativa di Tomoko Tabata, all’epoca 12 anni, credibile e toccante per tutto il film che nel finale presenta una lunga scena dal sapore onirico davvero indimenticabile. Tecnicamente si rivedono i soliti ottimi movimenti di macchina del regista, inquadrature da un angolo basso sul volto della protagonista mentre corre, i più o meno dilatati piani sequenza tipici del suo stile. Per Mark Cousins che lo ha inserito in A Story of Children and Film, una sorta di appendice ad altezza di bambino della sua famosa storia sul cinema, uno dei migliori film sull’infanzia mai realizzati. Non si può che essere d’accordo con lui.

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