lunedì, Maggio 27, 2024

Far East Film Festival 2024 – Il cinema coreano degli anni Cinquanta

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Alla fine degli anni Novanta, proprio mentre nasceva il Far East Film Festival, cominciava a svilupparsi quella nuova onda che avrebbe portato il cinema coreano alla ribalta anche internazionale con il successo dei film di una generazione di grandi registi i cui nomi sono diventati familiari un po’ a tutti: dal compianto Kim Ki-duk a Park Chan-wook, da Bong Joon-ho a Kim Jee-won, da Hong Sang-soo a Lee Chang-dong. Della produzione precedente a livello generale non si sa invece molto anche se non mancano autori importanti, su tutti il maestro Im Kwon-taek. Una storia poco conosciuta, ma sicuramente ricca, sulla quale il FEFF ha spesso cercato di accendere un faro presentando nel corso delle varie edizioni retrospettive e proiezioni speciali con il supporto del Korean Film Archive (KOFA).

Per celebrare il mezzo secolo di attività dell’archivio con sede a Seoul, è stato infatti fondato nel 1974, quest’anno a Udine si è tenuto un omaggio particolare con l’inserimento nel programma di sette film degli anni Cinquanta tornati a splendere grazie al lavoro di restauro e digitalizzazione. Opere sorprendenti che si segnalano per la modernità dal punto di vista del linguaggio cinematografico, della recitazione, della psicologia dei personaggi con un’attenzione particolare al ruolo delle donne, delle tematiche così legate al periodo (a cominciare dalle difficoltà di un popolo logorato dalla divisione tra le Coree al termine della Seconda guerra mondiale e ancor di più dal conflitto tra Sud e Nord che si sviluppò dal 1950 al 1953). Se in quegli anni l’Occidente scopriva i film asiatici grazie al successo nei festival del cinema giapponese che allora viveva la sua età dell’oro, nella vicina Corea del Sud cresceva insomma un cinema di cui si è sempre saputo poco ma che è sicuramente interessante, e oggi anche non difficile, recuperare. Proiettati a Udine durante il festival al cinema Visionario e inseriti tra i titoli del FEFF online, i film sono infatti disponibili nel canale YouTube del KOFA.

Nakdong River di Jeon Chang-keun (1952). Tra i pochi film prodotti durante la guerra di Corea e nella ristrettissima lista di quelli che sono stati recuperati. Motivo già sufficiente per prestare attenzione a questo mediometraggio, un semi-documentario dove riprese di vita reale e filmati di battaglia si aggiungono a scene recitate, con protagonista in particolare un uomo che torna al suo villaggio natale come insegnante. Pur con i suoi limiti, un interessante documento dell’epoca. Affascinante l’inizio del film con una ballerina che danza sulle rive del fiume.

Piagol di Lee Kang-cheon (1955). Coraggioso racconto sul nemico comunista, con una rappresentazione umana di un gruppo di soldati nordcoreani che dopo la firma dell’armistizio rifiuta di arrendersi e cerca di sopravvivere nella valle di Piagol. Personaggi, tra questi anche una partigiana che colpisce per la sua determinazione, abilmente descritti con i loro conflitti interiori e per i quali si finisce per provare una certa empatia. Non stupiscono quindi i problemi che il film ebbe allora con la censura, per la legge sull’anticomunismo.

The Widow di Park Nam-ok (1955). Primo film coreano diretto da una donna, affronta il tema dei problemi delle vedove di guerra. Notevole caratterizzazione psicologica della protagonista, senza marito e con una figlia piccola da mantenere, divisa tra maternità e desiderio d’amore. Un personaggio femminile che lascia il segno anche per l’atteggiamento intraprendente. Purtroppo manca l’ultima parte e quello che sarebbe il penultimo rullo è privo di sonoro. Allo spettatore il compito di immaginare il finale più appropriato.

The Wedding Day di Lee Byeong-il (1956). Il meno moderno dei film proiettati per il festival e non solo per l’ambientazione nel passato di una Corea medievale che regala in ogni caso la bellezza dei costumi dell’epoca. È tratto da una commedia teatrale e sembra subire queste origini sia nella forma sia nel modo in cui viene raccontata una storia che risulta abbastanza semplice per non dire ingenua. Funziona comunque come satira sul pregiudizio. Simpatici i personaggi, soprattutto quelli secondari, ma nel complesso il titolo meno interessante della retrospettiva.

Madame Freedom di Han Hyeong-mo (1956). Melodramma di spessore, il film si concentra sull’incontro-scontro tra i valori tradizionali e uno stile di vita più occidentale. E lo fa attraverso un personaggio femminile in bilico tra il ruolo in cui le donne sono state storicamente confinate e il forte richiamo alla libertà che acquista quando inizia a lavorare. Il finale di stampo conservatore, con la sua deriva patriarcale, spegne un po’ lo spirito innovativo di un’opera dove formalmente si fanno notare pregevoli movimenti di macchina con bell’utilizzo di dolly.

Money di Kim So-dong (1958). Il Neorealismo, si sa, ha avuto una grande influenza in tutto il mondo. Raggiungendo in quegli anni anche la Corea viene da dire guardando questo film, dai toni pessimistici, incentrato su un agricoltore che fatica a mantenere la famiglia e finisce in rovina per la sua ingenuità. Critica ai mali della società capitalistica, dove i soldi finiscono per condizionare ogni aspetto della vita. Di grande impatto la scena finale quando il protagonista, l’ottimo Kim Seung-ho, corre sui binari mentre si allontana il treno con a bordo il figlio arrestato ingiustamente.

The Flower in Hell di Shin Sang-ok (1958). La perla più pregiata, a giudizio di chi scrive, scoperta in questo viaggio in sette tappe nel cinema coreano degli anni Cinquanta proposto dal Feff. Un noir coinvolgente, asciutto e audace che si sviluppa nella cornice di una Seoul postbellica. Ritratto di un sottobosco urbano fatto di prostituzione, mercato nero, criminalità e speranza di un futuro migliore con protagonisti due fratelli e una donna, memorabile femme fatale, ben caratterizzati nella loro ambiguità. Stupenda la sequenza nel fango poco prima della fine del film.

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