lunedì, Maggio 27, 2024

Godard e il video: Godard 70

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Nella nota dell’autore a p. 9 si legge chiaramente che: «Le opere che Jean-Luc Godard realizza insieme ad Anne-Maria Miéville nel corso dei cosiddetti “anni video”, sebbene pienamente accolte nella tradizione di studi godardiani, raramente sono state oggetto dell’attenzione critica e analitica riservata ad altre fasi del lavoro del cineasta». E l’autore aggiunge anche che nel contesto internazionale questo periodo è stato scarsamente studiato e la situazione è peggiore in quello italiano in cui gli “anni video” del regista franco-svizzero non sono mai stati presi in considerazione. Insomma, il saggio Godard 70. Video, serialità, cinema nasce proprio da una vera e propria necessità e urgenza di colmare un vuoto di studi e approfondimento legato all’enorme e multiforme produzione del maestro Godard. 

Godard 70. Video, serialità, cinema è un saggio scritto da Fabio Alcantara ed edito da Cinematografo edizioni, pubblicato nella collana Frame diretta da Davide Milani. Consta di 230 pagine così suddivise: la nota dell’autore; l’introduzione dal titolo “Tourner le cinema. Tornare a Godard” di Daniele Dottorini; i cinque capitoli: il primo è “Pensare l’immagine, immagina un pensiero: annotazioni sul primo Godard”; il secondo si intitola “Il tempo della ‘finzione’: Godard politico”; il terzo, “Il fuoricampo e il reale: i primi film degli ‘anni video’”; il quarto, “L’immagine ritrovata (in video)”; infine, “Immagini e controllo. Gli ‘anni video’ e il cinema come atto di resistenza”. A seguire la bibliografia, suddivisa in “Scritti da Jean-Luc Godard” e “Scritti su Jean-Luc Godard”, Saggi e articoli, interviste; l’indice dei nomi e delle opere. 

E dunque Godard. Il particolare interesse che ha spinto anche noi a leggere e comprendere questo libro risiede appunto nel suo analizzare un periodo della produzione godardiana che spesso è sommerso dall’enorme produzione cinematografica del regista e dall’eco di studi e analisi sui suoi film più importanti. Come afferma, infatti, nell’introduzione Dottorini, ci sono ancora molti percorsi aperti nello studio del cineasta franco-svizzero che, e citiamo,:«sono legati allo sguardo a partire dal quale si possono cogliere nuove domande, nuove questioni legate al nome di Godard» (p.12). Lo sguardo, l’atto di vedere, la necessità di sperimentare, la potenza del vedere, smontare, analizzare e far vedere i meccanismi dell’immagine, questi sono i moti visivi che hanno  attraversato Godard nella sua esistenza da cineasta e che Alcantara fa propri per parlare del segmento degli “anni video”. Il libro, infatti, si concentra soprattutto sulla seconda metà degli anni Settanta, quando Godard inizia a progettare e a realizzare film e prodotti per la televisione che formano una grossa parentesi sperimentatrice in cui il regista esplora a fondo le potenzialità del supporto video. La necessità di Godard con questa produzione è di dare nuovo slancio alle forme dell’immagine cinematografica che riflettono su loro stesse e sul cinema. 

Prima del video e della serialità. Il libro di Alcantara, pertanto, muove primariamente da un confronto con le precedenti fasi del lavoro di Godard analizzate dal punto di vista critico, teorico e applicativo, così da porre in risalto i punti di contatto e le svolte tra la produzione video e primi decenni di produzione. Si legge, quindi, della scrittura critica degli “anni Cahiers”, delle finzioni degli “anni Karina”, per arrivare all’elaborazione di una precisa idea di cinema messa in discussione nelle produzioni degli “anni Mao”, e nuovamente, poi, posta al centro durante il periodo “video”. Approfondendo, citando, prendendo in esame studiosi, filosofi, soprattuto Gilles Deleuze, menzionando André Bazin, critico cinematografico e studioso di cinema i cui pensieri sono fondamentali per Godard, l’autore del libro illustra il periodo di avvicinamento agli anni video, fissando anche dei punti fermi a livello teorico. Uno di questi è il concetto di duplicità etica ed estetica del cinema godardiano e la dualità tra finzione e realtà dell’immagine. Alcantara cita numerosi film di Godard analizzati, anche scena per scena, al fine di dimostrare quanto espresso; ad esempio Questa è la mia vita (1962) preso in esame per esprimere le tensioni realiste del cinema di Godard nel periodo degli “anni Karina”; oppure Il disprezzo (1963). Qui il regista franco-svizzero pone fuori dall’attenzione la macchina-cinema del film nel film, quindi la finzione, per lasciare che lo spazio all’immagine considerata nella contemplazione e osservazione “documentaristica” del mondo. Alcantara sceglie il sistema di analisi scientifica: analizza, supporta con citazioni di contemporanei a Godard o studiosi o del regista stesso, propone riscontri, argomenta e controargomenta in presenza di antitesi e dimostra. La fine di ogni capitolo raccoglie la conclusione alle dimostrazioni, aggiungendo un tassello, un mattoncino per colmare quel vuoto di studi, scopo fondamentale della pubblicazione. 

Poi c’è il Godard politico. Il Godard più politico, identificabile a partire da Due o tre cose che so di lei (1967) in cui accoglie l’immagine politica come preludio alla successiva fase militante, o anche da Il maschio e la femmina (1965-1966) attraverso cui si interroga sul significato delle immagini, su come raccontare, e come rendere il senso di ciò che accade. L’analisi di questi film da parte di Alcantara è espressa con un linguaggio chiaro e lineare e con un codice linguistico a volte troppo tecnico (pensiamo soprattutto a chi non ha compiuto studi di cinema), seppur sempre opportunamente spiegato. Inoltre il processo di sviluppo logico del pensiero dell’autore è supportato dalla scelta di problematizzare quanto affermato, così da proseguire, nelle risposte scelte, le sue dimostrazioni. Chi legge giunge, quindi, a capire cosa si intende con periodo “Mao” nella produzione di Godard, anni questi molto vicini alla finzione in cui l’immagine si depotenzia a vantaggio di un più marcato obiettivo pedagogico. Sono gli anni di Pravda (1969) realizzato dal cineasta come membro del Gruppo Dziga Vertov, e di un cinema ideologico, di lotta disinteressato all’immagine. Sono gli anni, anche, in cui Godard si interroga sul significato del fuoricampo, sul rapporto campo-fuoricampo, sui contorni dell’immagine e sulle possibilità offerte dal montaggio, come afferma l’analisi del documentario Letter to Jane – An Investigation About a Still del 1972 anch’esso realizzato all’interno del Gruppo Dziga Vertov. Il percorso di analisi di Alcantara giunge, quindi a Ici et ailleurs, documentario del 1976, definito dall’autore un «film-cerniera» in quanto recupera le immagini militanti, le sottopone a una stringente critica e dopo averle rielaborate in nuove immagini ne produce di nuove in grado di mettere in nuova visione il lavoro militante precedente. 

E quindi gli “anni video”. L’approdo del percorso di analisi tecnica e concettuale di Alcantara è Numéro deux del 1975 scritto e diretto dal regista insieme a Anne-Marie Miéville con cui si può identificare il vero e proprio inizio degli “anni video”, l’arrivo, appunto, di quel processo di studio sulle immagini, e «il definitivo ritorno a una certo posizionamento autoriale a tematiche più intime e personali, ma soprattutto afferma l’esibito rilancio delle sue direttrici di ricerca attorno alla questione della duplicità dell’immagine filmica» (pp. 96-97). Il film, nel processo concettuale dell’autore, punta a riconnettere l’immagine al reale e rilanciare la riflessione teorica sul rapporto tra immagine e realtà. L’autore è come sempre, esaustivo e preciso nella scelta degli autori da citare e nello scegliere le parole che meglio descrivono l’importanza di questo lavoro nella produzione godardiana. Con Comment ça va? (1975) si chiude la prima parte di sperimentazione degli “anni video”, formati da film didattici, di ricerca, come sono definiti nel libro, che concludono questo periodo, riflettendo una specificità televisiva che se da un lato li identifica come il più stretto e rappresentativo compimento delle necessità poetiche del periodo, dall’altro si possono ricollegare alla produzione e al pensiero degli “anni Karina”. 

Conclusione del percorso. Il percorso logico e dimostrativo di Alcantara giunge, così, ad analizzare le due serie televisive Six fois deux- Sour et sous la communication del 1976 della durata complessiva di circa sei ore e France tour détour deux enfants del 1977 che spingono la coppia GodardMiéville a intervenire sui meccanismi della televisione e allo stesso tempo a realizzare del cinema nella televisione. E qui Alcantara propone fotogramma per fotogramma la dimostrazione delle sue considerazioni, riuscendo, con un linguaggio a tratti troppo tecnico e scientifico, a descrivere quello che le immagini sono e mostrano. Per Godard, insomma, stando a quanto sostenuto dall’autore del libro, ripensando il cinema in maniera diversa, egli ha voluto mettere alla prova le possibilità di esistenza del cinema stesso. La sua produzione televisiva, infatti, permette di osservare all’interno di un contesto lontano da quello cinematografico un passaggio necessario per il consolidamento della sua teoria di ricerca sulle immagini in movimento. Ciò è possibile perché: «Godard, prima ancora di essere un cineasta e teorico dell’immagine è da sempre, innanzitutto, un cineasta-teorico» (p.183). Il Godard degli “anni video” approfondisce, sperimenta creativamente e approda su alcuni temi a cui associa una riflessione sull’immagine che si finalizza direttamente nel lavoro sulle forme. A dimostrazione di ciò nelle pagine conclusive del saggio, Alcantara propone un’analisi a segmenti temporanei del Secondo movimento (Deuxième mouvemnet) di France tour détour deux enfants (che si trova interamente nelle sue più di cinque ore di durante su YouTube con sottotitoli in inglese). La conclusione del volume, dunque, qual è? Godard in questi anni di sperimentazione riflette sulla duplicità dell’immagine tra documento e finzione per cercare di recuperare un’anima di cinema di un contesto culturale, mediale, sociale e culturale ancora una volta trasformato rispetto al passato. Su questo presupposto il cineasta continua a pensare all’immagine, alla sua riconfigurazione creativa in un processo di rinnovamento. 

Il libro assolve al suo scopo (?). La domanda iniziale era se il libro riesca a colmare quel vuoto di studi sul segmento video nella produzione di Godard. La risposta è sicuramente positiva. L’autore del libro esaudisce la volontà di ricerca e scoperta di coloro i quali non conoscono e vogliono approfondire questa produzione. Ciò avviene perché la ricerca di Alcantara è precisa (e infatti l’opera è un’implementazione della sua tesi di dottorato) e completa e a lettura ultimata il lettore comprende perché Godard si sia interessato al video, cosa volesse fare attraverso di esso e come volesse rilanciare il cinema. Altra domanda: il libro permette di conoscere un po’ meglio il cineasta franco-svizzero? Sì, perché offre una traccia di analisi importante per comprendere l’intera poetica approfondendo i diversi periodi della sua produzione. La profondità di analisi è sicuramente il pregio di Godard 70 che si propone attraverso il gran numero di testi citati e la ricca bibliografia che nella sua suddivisione precisata all’inizio, soddisfa ogni sete di sapere. Concludendo, chi si aspetta un’anima narrativa in grado di raccontare il regista franco-svizzero, potrebbe restare deluso. Non perché il libro non spinga a vedere, a recuperare e cercare i film, documentari e i lavori televisivi di Godard, ma perché essendo un saggio vero e proprio, ha lo scopo di dimostrare e non di raccontare. Godard 70, infatti, è un libro che appassiona e soddisfa i conoscitori del regista franco-svizzero e soprattutto tutti coloro che fino al momento della sua pubblicazione, conoscevano solo sulla carta gli “anni video” di Godard. 

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