sabato, Giugno 22, 2024

Guida autonoma, perché sfida la Formula 1

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Pare ci sia un ambito in cui l’intelligenza artificiale non ha ancora superato l’uomo, ammesso che un giorno sia in grado di riuscirci: la guida autonoma ad alta velocità. Saranno contenti gli integralisti della Formula 1. Del resto, che l’elettronica la faccia ormai da padrona nelle competizioni già si sapeva. “La Formula 1 era uno sport incredibile che ti premiava se guidavi bene e ti penalizzava se lo facevi male – parola di Nigel Mansell, indimenticata stella degli anni Ottanta, che nel 2020 analizzava in questa maniera il mutamento della competizione -. Ora è cambiato oltre ogni immaginazione. […] I buoni piloti fanno degli errori atroci e non si fanno male. A malapena sudano in macchina. A fine gara, è come se fossero appena usciti dal parrucchiere”.

Il record italiano

Nonostante l’assistenza del digitale sia ormai un’abitudine, guardare all’interno dell’abitacolo di una vettura da gara e non trovarci un pilota fa ancora più effetto. Indy Autonomous Challenge (Iac) è il circus che porta a spasso per il mondo i nuovi bolidi guidati da computer. Dalle carene aerodinamiche agli alettoni, non manca niente per imitare le vere Formula 1. A sfidarsi in questa competizione sono le diverse scuderie dei dipartimenti di ingegneria universitari mondiali. Stesso telaio, la competizione è il software. Il record di velocità di un’auto a guida autonoma stabilito lo scorso anno sul circuito di Monza è stato realizzato dal team Polimove, scuderia del Politecnico di Milano guidata dal professor Sergio Savaresi, che ha anche vinto la gara.

I piloti perderanno il lavoro?

L’obiettivo, afferma il presidente di Iac Paul Mitchell, non è tanto quello vendere biglietti o diritti televisivi, ma fare ricerca.Battere Max Verstappen, pilota Red Bull, tre volte campione del mondo, non è neanche il nostro scopo – dice a Wired –. Le prestazioni che le nostre auto possono raggiungere in pista potrebbero essere paragonate a quelle di una persona abbastanza abile alla guida, ma non certo a quelle di un pilota professionista. Almeno, non ancora”.

Così le corse in auto diventano l’occasione per esplorare la distanza tra uomo e macchina: la capacità di prendersi rischi, la creatività, l’abilità nel gestire gli imprevisti. Uno si aspetterebbe che un’intelligenza artificiale, priva della paura di schiantarsi, capace di calcolare il raggio di ogni curva alla perfezione, sia più veloce. Non è così. “Quando si tratta di spingere al massimo, gli esseri umani sono ancora superiori. I migliori piloti raccontando di ‘sentire la vettura’ con la parte bassa della schiena e grazie alle vibrazioni capiscono meglio cosa accade quando stanno per perdere il controllo della monoposto – prosegue Mitchell –. Noi raccogliamo dati su dati per ricostruire questo processo e provare a replicarlo, senza la pretesa di concorre con gli assi del volante. L’obiettivo rimane quello di ripetere l’abilità nell’evitare scontri in situazioni critiche, così da poterla sfruttarla in un altro contesto, come per esempio, impedire un incidente in autostrada”.

Il perché è presto detto. In Arizona, Texas, California – racconta Mitchell – ci sono già diversi esperimenti di guida autonoma su strade pubbliche locali, ma nessuno si è ancora sognato di consentire ai veicoli senza conducente di sfrecciare in autostrada a oltre cento all’ora. “E allora l’autodromo diventa il luogo perfetto per ricreare quelle condizioni”, chiosa il manager. Una sorta di acquario dove c’è tutto quello che serve: sportellate, sorpassi, curve ad alta velocità, veicoli che sbucano da posizioni inaspettate, oltre a zero ostacoli e un unico senso di marcia. Uno scenario perfetto per mettere alla prova il comportamento dell’intelligenza artificiale in condizioni critiche.

Di chi è la colpa?

I dati raccolti aiuteranno a comprendere se sarà possibile portare i veicoli a guida autonoma in autostrada. Un sogno, per l’industria. Ma, prima che si realizzi è necessario rispondere a una domanda chiave: di chi è la colpa in caso di incidente? Dell’essere umano, della casa automobilistica oppure dello sviluppatore del software che muove il volante e controlla i freni? Gli incidenti degli scorsi anni hanno chiarito che la questione è parecchio complessa. Del resto, le variabili sono infinite e le allucinazioni all’ordine del giorno. Se dovesse nevicare, la neve, essendo bianca, potrebbe alterare la percezione delle strisce stradali e far perdere l’orientamento al software, con la conseguenza di poter invadere l’altra corsia. Ed è solo uno dei possibili casi.

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