sabato, Giugno 22, 2024

L'intelligenza artificiale potrebbe sostituire 200mila dipendenti pubblici italiani

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Più della metà dei dipendenti pubblici italiani vedrà la propria attività fortemente impattata dall’intelligenza artificiale. Lo certifica la ricerca L’impatto dell’intelligenza artificiale sul pubblico impiego presentata il 21 maggio a Roma da Fpa, società del gruppo Digital360 in apertura di Forum Pa 2024, l’evento annuale di confronto tra i soggetti pubblici e privati dell’innovazione.

Nel dettaglio, 1,8 milioni di persone (il 57% del campione totale) saranno interessate da una spiccata interazione tra le mansioni svolte e quelle che potranno essere svolte dagli algoritmi. Si tratta, in particolare, di dirigenti, personale con ruoli direttivi, tecnici, ricercatori, insegnanti, legali, architetti, ingegneri, professionisti sanitari e assistenti amministrativi.

Secondo lo studio, la maggior parte dei lavoratori altamente esposti (l’80%) potrebbe ottenere importanti miglioramenti grazie alla tecnologia. Più o meno 1,5 milioni di lavoratori con ruoli di leadership e gestione, se adeguatamente formati, potrebbero infatti svolgere le proprie mansioni in modo totalmente complementare con le nuove tecnologie. Un 12% di loro sarebbe invece a rischio sostituzione: 218mila dipendenti pubblici con professioni meno specializzate, basate su compiti ripetitivi e prevedibili, quindi potenzialmente appannaggio anche dell’intelligenza artificiale.

Per quanto riguarda i settori, quelli più esposti sono le funzioni centrali della pubblica amministrazione (lo sono nel 96,2% dei casi) e quelle locali (93,5%), seguite dall’istruzione e dalla ricerca (72,6%). Proprio in quest’ultimo comparto emerge la maggiore sinergia tra lavoro e IA, con una complementarità pari al 91,9%. Il rischio sostituzione più alto lo corrono i lavoratori delle strutture centrali della pubblica amministrazione: quasi la metà di loro, il 47,4%, potrebbe perdere il lavoro e lasciarlo alla tecnologia.

Quella rappresentata dall’intelligenza artificiale è la terza ondata di trasformazione per il settore pubblico negli ultimi quindici anni. La prima, nel 2007, fu determinata dalla spending review, che portò alla diminuzione dei dipendenti pubblici e a un calo di investimenti in formazione. La seconda è arrivata con la pandemia, che ha prodotto un’accelerazione dei processi di innovazione e digitalizzazione. A cavallo dei due fenomeni, rilevanza è stata inoltre assunta dalla crescita della domanda pubblica di servizi di consulenza, salita anche grazie alle risorse del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) del 30,5% con investimenti pari a 535 milioni nel 2022. Dati che attestano una importante dipendenza della Pa da figure esterne.

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