lunedì, Giugno 24, 2024

Atlas su Netflix è una piccola gemma fantascientifica che non ci aspettavamo

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Atlas è la più classica delle piacevoli sorprese che non hai visto arrivare, che non ti aspetti. Anzi, vista la media dei prodotti su Netflix e la cinematografia complessiva di Jennifer Lopez (qui in veste anche di produttrice) avere dei presentimenti negativi era assolutamente normale. Ed invece questo film è una gustosissima avventura sci-fi in grado di divertire, offrendo 2 ore di azione godibilissime, condite anche da un leggero humor non eccessivo, affrontando il tema dell’Intelligenza Artificiale. Chi l’avrebbe detto?

Un film sci-fi che è un gustosissimo puzzle vintage

Atlas ci porta in un futuro prossimo venturo non così irreale. L’umanità si è quasi scavata la fossa da sola come al solito, utilizzando la tecnologia per semplificarsi la vita, in realtà ha creato una nemesi pericolosissima: Harlan (Simu Liu). Questi è stato creato a suo tempo dalla scienziata Val Shepard (Lana Parilla), luminare della robotica e AI, che pensava di poter donare all’umanità un mondo di robot avanzatissimi. Harlan, il più ambizioso dei suoi progetti, si è però rivelato un’essere convinto che l’umanità vada sterminata, vista la sua natura bellicosa. Ma dopo una guerra lunga decenni, Harlan ed i suoi sono stati scacciati dalla Terra, si sono nascosti su un pianeta lontano, meditando la rivincita. Sulle sue tracce c’è una task force comandata dal Generale Jack Boothe (Mark Strong) e dal Colonnello Elias Banks (Streling K. Brown), di cui fa parte anche Atlas Shepard (Jennifer Lopez), analista di IA e figlia della defunta Dott.ssa Shepard. Quando viene individuata la base di Harlan, Atlas chiede di poter far parte dell’offensiva che raderà al suolo la minaccia robotica del suo vecchio nemico. Per farlo però, a dispetto della sua misantropia, dovrà fidarsi della AI Smith (doppiata da Gregory James Cohan), montata sul suo robot gigante da combattimento. Quando però la missione prende una piega inaspettata, Atlas dovrà mettersi in gioco in prima persona, unire le forze con Smith e affrontare la sua nemesi, con cui condivide molto più di quanto le farebbe piacere. Tra battaglie, fughe, confessioni reciproche, Atlas scoprirà che non tutte la AI sono uguali.

Il 19 maggio 1999 George Lucas portava in sala il primo capitolo della trilogia prequel, che continua a dividere pubblico e critica ancora oggi

Atlas porta la firma di Brad Peyton, regista in passato di blockbuster non così male come Rampage, San Andreas e Viaggio nell’Isola Misteriosa, insomma un esperto di divertimento mainstream ma dalla mano non così sgraziata. La sceneggiatura, tutt’altro che banale e monocorde, è del duo Leo Sardarian e Aron Eli Coleite, e pesca da una marea di riferimenti diversi. Il tema dell’Intelligenza Artificiale sta dominando il nostro tempo, tra favorevoli e contrari, tra cambiamenti ed effetti collaterali. Dai tempi di 2001: Odissea nello Spazio, passando per le saghe di Terminator, Blade Runner, Starship Troopers, Star Wars e The Matrix, dove il nostro ipotetico rapporto con loro è stato declinato in molti aspetti diversi. Recenti titoli di grande interesse sono stati Ex Machina, Automata, Her e The Creator, per cui era logico avere un po’ di scetticismo, vista anche la qualità media dei prodotti sci-fi di Netflix. Ebbene, Atlas è un prodotto d’intrattenimento dall’animo nerd e geek, che si rifà, oltre che da diversi tra i titoli citati poc’anzi, anche da Avatar, Edge of Tomorrow, Humandroid, la saga dei Transformers e persino un cutl come Universal Soldier (dai che ve la ricordate). Ma attenzione, il film è anche fieramente videoludico nella dimensione visiva, con droidi, robot, tecnologie curatissime per concezione, con cui si pensa ad HALO, Warhammer 40000, insomma a tutto quel mondo a metà tra cyberpunk, steampunk e futuribile azzardato con cui ci deliziamo da decenni. In più c’è lei, Jennifer Lopez, una protagonista simpaticissima, insicura, misantropa e casinista.

Un film derivativo ma non per questo scontato o noioso

L’ex ladra spogliarellista di Hustlers, trova con Atlas un personaggio gradevolissimo, perché distante dalla perfezione imperante nel mercato audiovisivo moderno, che dipinge in ogni film le donne come esseri perfetti e invincibili. Nossignore, questa scienziata è arrogante, piena di traumi e ferite sul suo passato, rifiuta ogni contatto umano, ma poi eccola a bordo del suo droide da combattimento Smith (che cita palesemente Pacific Rim) quando la situazione si fa rischiosa, si fa fregare spesso da una nemesi, a cui Simu Liu sa donare una freddissima e affilata determinazione. Niente di rivoluzionario chiariamoci, ma se la mega star avesse osato più spesso in carriera con operazioni di questo tipo, forse le cose sarebbero andate diversamente. Sudata, sporca, sull’orlo delle imprecazioni ogni tre secondi, è però anche cocciuta, instancabile e in grado di capire che la AI Smith è uno strumento tecnologico e basta. Ciò che fa la differenza naturalmente è l’intenzione con cui lo si brandisce. Atlas va bello spedito, ha almeno 3 sequenze d’azione che valgono il prezzo del vostro abbonamento su Netflix, ma non rinuncia mai a quell’aria da B-movie genuino e sincero, che ha reso tanti cult sci-fi degli ultimi anni l’unica fonte di soddisfazioni per gli amanti del genere, abbandonati dalle Majors. Poi c’è lo humor, con scambi di battute tra Atlas e Smith che vengono infilati con precisione chirurgica, in un film dove il percorso della protagonista verso una liberazione emotiva non è affatto male.

Una scena di Her con Theodore (Joaquin Phoenix)

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La fantascienza sulle Ai dovrebbe sicuramente prendere questo film ad esempio, non fosse altro per la volontà di andare oltre alla classica contrapposizione pura uomo-tecnologia. Nossignore, Atlas funziona anche perché ci mostra un futuro plausibile, non distante da ciò che sarà probabilmente. L’umanità non corregge sé stessa ed i propri errori, spera che sia una tecnologia a farlo per lei. Non un caso che Harlan si connetta con grande affetto ad Ultron, che era e rimane uno dei villain più interessanti che la Marvel abbia mai concepito. Certo, forse un po’ più di spazio e un po’ meno di prevedibilità a questo villain non sarebbe stato affatto male, ma è comunque funzionale a recuperare parte di quella fantascienza fracassona e gustosa che rese gli anni ‘80 e ’90 indimenticabili per chiunque fosse un fissato del genere. Atlas piacerà a chi cerca un divertimento intelligente e rispettoso, ma anche chi vuole una nuova eroina dal genere. Il fatto che la Lopez configuri questa donna come una sorta di erede della Ripley di Alien, la dice lunga sulla natura semi-derivativa, ma tutt’altro che sterile, dell’operazione in sé. Sarebbe stato bello avere la speranza per un sequel, ma non è dato sapere. Di certo, per restare in tema di AI, Atlas non ha nulla del classico prodotto algoritmico da piattaforma, oppure è stato concepito da una sorta di Harlan, uno che ci conosce molto bene, non ci ama particolarmente ma sa prevedere le nostre emozioni e le nostre preferenze alla perfezione. Il che in realtà sta già accadendo, ma è meglio pensare che alla fine troveremo una AI a cui staremo simpatici.

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