lunedì, Giugno 24, 2024

Elezioni in India, nessuno si aspettava che finissero così e che cosa succede adesso al gigante dell'Asia

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Elezioni in India con sorpresa. Narendra Modi sarà ancora primo ministro, per il suo terzo storico mandato consecutivo. Ma non come aveva previsto. Nonostante il voto digitale, lo spoglio dei voti nelle gigantesche elezioni generali del Paese, iniziate il 19 aprile e conclusesi il 1° giugno, si è protratto per tutta la giornata di martedì 4 giugno, data che ha cambiato radicalmente il volto della politica indiana.

Il colpo di scena

Dopo lunghi mesi di presunte certezze e una ampia vittoria già assegna al primo ministro in carica praticamente da tutti gli exit poll nazionali, a sorpresa quella che doveva essere un’ondata elettorale a favore di Modi e del suo partito nazionalista induista, Bharatiya Janata Party (Bjp) s’è rivelata un rigagnolo. Il primo dato, il più eclatante, è sicuramente questo: i sogni di Modi di ottenere quel plebiscito che gli avrebbe permesso un dominio elettorale, in termini di legislazione e riforme anche costituzionali, sono andati in frantumi.

I numeri

Alla vigilia delle elezioni in India, Modi aveva promesso che la sua coalizione, la Nda, avrebbe raggiunto 400 seggi, e che il suo partito da solo avrebbe sfondato quella quota di 272 sufficiente per formare un governo di maggioranza. Invece la coalizione s’è fermata appena sopra la soglia di sicurezza, a 293, e il suo Bjp ha ottenuto 240 seggi, perdendo per la prima volta in dieci anni la maggioranza parlamentare e dovendo accettare di affidarsi ad alleati di coalizione (e alle loro richieste). Gli uomini più politicamente corteggiati di questa stagione, in India, sono Chandrababu Naidu, del Telugu Desam Party (Andhra Pradesh) e Nitish Kumar, capo del partito regionale Jd(u) e primo ministro dello stato del Bihar. Rispetto alle ultime due tornate elettorali, al calo del sostegno al Bharatiya Janata Party di Modi si è contrapposta un’inaspettata rinascita dei partiti regionali di opposizione e del Partito del Congress guidato da Gandhi, che da solo ha ottenuto 99 seggi, mentre la coalizione di cui fa parte, India, ne ha portati a casa 232.

Da osservare anche i numeri dei mercati indiani che hanno registrato un rimbalzo mercoledì 5 giugno, un giorno dopo aver perso più di 386 miliardi di dollari in quello che è stato il peggior crollo degli ultimi quattro anni: più di un osservatore chiede ora all’autorità di regolamentazione indiana una indagine proprio sui dati completamente errati diffusi fino a lunedì dagli exit poll, che per la quasi totalità avevano previsto per la Nda una vittoria superiore ai 350 seggi.

La coalizione

Narendra Modi non ha mai guidato un governo di coalizione in cui il suo partito da solo non avesse la maggioranza assoluta. L’uomo forte della politica indiana ha sempre potuto farsi vanto della capacità non solo di mantenere le promesse che l’hanno portato al potere nel 2014, ma anche di portare a compimento decisioni controverse come la demonetizzazione del 2016 e la revoca dello status speciale del Kashmir nel 2019. Come già visto, il Bjp da solo non è riuscito a raggiungere i 272 seggi per formare un governo, e avrà bisogno che i suoi alleati, in particolare Tdp e Jd(u), assicurino il loro appoggio.

Bisognerà tenerli d’occhi, Chandrababu Naidu (il leader del Telugu Desam Party sembra destinato a tornare a ricoprire il ruolo di primo ministro dell’Andhra Pradesh), e Nitish Kumar che Bihar è noto per aver stretto molte e opportunistiche alleanze nel corso degli anni. I due non hanno intenzione (o hanno annunciato) di voler abbandonare la nave, ma probabilmente nelle prossime ore porteranno avanti una contrattazione serrata, potrebbero chiedere uno o due ministri. Soprattutto, nessuno dei due sulla carta è interessato alla politica nazionalista del Bjp, in particolare Naidu governa uno stato del sud dove gli appelli all’identità hindu non fanno certo grande presa. Nel frattempo, c’è chi giura di frenetici contatti in corso tra il Congress e due partiti che, in questo momento, rappresentano il vero l’ago della bilancia.

I punti caldi

Una delle sconfitte shock per il Bjp è stata Faizabad, nell’Uttar Pradesh, che ospita la città tempio di Ayodhya inaugurata appena pochi mesi fa dal primo ministro su un terreno oggetto di lunghi scontri tra comunità musulmana e induista. A Varanasi, sempre in Uttar Pradesh, Modi ha confermato il suo seggio, ma con un margine più ridotto rispetto al passato. E restando nello stesso stato, ad Amethi, bastione della famiglia Gandhi, l’uomo del Congress Kishori Lal ha battuto la ministra del governo Modi Smriti Irani, che nel 2019 aveva a sua volta superato Rahul Gandhi – il quale a questo giro ha ottenuto buoni risultati in entrambi i collegi elettorali: Wayanad nel sud e Rae Bareli nel nord.Bisogna guardare attentamente ai risultati dell’Uttar Pradesh, governato dal Bjp sin dal 2017, perché è lo stato più popoloso, quello in grado di determinare chi governerà a livello nazionale a Delhi: se nel 2019 la coalizione Nda ottenne 64 seggi su 80, di cui 62 il solo partito di Modi, questa volta le cose sono andate molto diversamente, e il Bjp ha ottenuto appena 33.

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