domenica, Luglio 14, 2024

Kinds of Kindness – Recensione

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Tre storie, tre momenti, tre titoli, una sola persona da cercare. Primo episodio: La morte di R.M.F. Robert è un impiegato che ha deciso di affidare il totale controllo della sua vita a Raymond, il suo datore di lavoro. In cambio, il suo capo gli regala oggetti sportivi rari e preziosi, da collezione come il casco di Ayrton Senna o la racchetta distrutta da John McEnroe. Di fronte, però, alla richiesta di Raymond di commettere un omicidio, Robert si ribella. Ma può davvero ribellarsi? Secondo episodio R.M.F. sta volando. Daniel è un poliziotto, disperato a causa della scomparsa della moglie, Liz, durante una vacanza al mare. Quando riappare, però Daniel è convinto che si tratti di un’altra persona e sottopone dei test alla donna per verificarne la presenza, fino al sacrificio finale. È davvero sua moglie la donna rientrata a casa? Episodio 3: R.M.F. mangia un panino. Emily ha abbandonato il marito e la figlia per unirsi a una setta, capitanata dal guro Omi. Insieme a un altro adepto, Andrew, la donna è alla disperata ricerca di una persona dotata di particolari poteri soprannaturali in grado di resuscitare le persone. Basterà questo a Emily per entrare nella setta?

È proprio come sembra. Kinds of Kindness che ha valso a Jesse Plemons il premio come Miglior Attore al 77esimo Festival di Cannes, è davvero pieno di interrogativi. Ma non sono frutto di un gioco narrativo che Lanthimos ingaggia con lo spettatore, ma semplicemente sono dovuti all’inconcludenza del film. Nei suoi tre episodi di cui si compone, Kinds of Kindness non ha né un senso, né riesce a mostrare qualcosa, ma è solo una espressione ombelicale ed egocentrica del regista al fine di portare all’ennesima potenza le caratteristiche del suo cinema: lentezza della narrazione, perversioni acute, sadismo, crudeltà, caduta dei principi di convivenza sociale e morale e quindi autodistruzione e distruzione anche, dei personaggi. Non ci sono nemmeno i grandangoli che almeno, anche se spesso utilizzati ingiustificatamente come visto ne La favorita, hanno caratterizzato il suo cinema. Non c’è proprio la narrazione in questo ultimo film di Lanthimos, ma solo un susseguirsi di scene che annoiano. Più specificatamente, il primo episodio si lascia guardare perché Plemons che interpreta Robert incarna bene la ricerca disperata di consenso sociale e il senso di esclusione provato appena si agisce non in conformità. La follia di Raymond (Willem Dafoe), infatti, è la legge e Robert deve eseguire. Il secondo episodio è abbastanza incomprensibile. Non si capisce perché nella vita del poliziotto Daniel, sempre Plemons, avvenga l’episodio della scomparsa della moglie, per, poi, apparire nelle stesse vesti, quelle di Emma Stone, anche se non è lei. Poteri occulti? Qualche setta? Fenomeni paranormali? Lo spettatore assiste al lieto fine mentre il cadavere della finta moglie sgorga sangue. Il terzo è l’acme della disperazione. Emma Stone è Emily che come Robert nel primo episodio, sente il disperato bisogno di appartenere alla setta di Omi, sempre Dafoe. Basta, null’altro. Ci sono solo i tentativi disperati del personaggio femminile di cercare una specie di “eletta” per poi infilarsi in una sauna e capire se il suo essere è pronto per appartenere alla famiglia di Omi. In mezzo a tutti questi episodi c’è R.M.F. che in realtà è una comparsa che dovrebbe tenere collegati i tre episodi ma finisce nel dimenticatoio a pochi minuti dall’inizio del film. La sceneggiatura scritta da Lanthimos insieme a Efthimis Filippou con cui ha scritto la maggior parte dei suoi film, non fornisce spiegazioni, ma solo suggestioni, possibilità, ipotesi che però non agganciano il favore dello spettatore. Anche Il sacrificio del cervo sacro si muove sulle direttrici di Kinds of Kindness, ma trova comunque la sua concretezza nella caratterizzazione del personaggio maschile del cardiologo e nella sua vita famigliare. E poi in questo film, c’è anche un minimo di linguaggio cinematografico, una scelta nelle inquadrature sensate, una lentezza narrativa che sviluppa la tensione e l’imprevedibilità delle azioni. Tutto questo non c’è nell’ultimo lavoro del regista greco. Manca il suo saper inquadrare in maniera sempre sorprendente; manca un uso della fotografia che gioca con la narrazione; manca un montaggio che illustri quanto deve succedere. Kinds of Kindness è completamente privo di tutto. C’è solo quella che possiamo chiamare “un’atmosfera Lanthimos” ossia una serie di cliché narrativi reiterati, prevedibili e banali che caratterizzano il suo cinema. Non può bastare Emma Stone che balla solitaria al centro dell’inquadratura per convincerci che il film sia valevole; non può bastare sentire Sweet Dreams all’inizio per far capire allo spettatore che la vita è fatta di sogni; non possono bastare i contesti della borghesia che celano forti e profonde perversioni al limite del parossismo, per acciuffare l’attenzione di chi guarda. Sarebbe meglio, forse, pensare che Kinds of Kindness è frutto di un obbligo produttivo, di un contratto che Lanthimos ha stretto con la casa di produzione Searchlight Pictures che l’ha obbligato a girare subito un altro film, per calvare l’onda del successo di Povere creature.

Nella puntata del nostro podcast La Luce del Cinema che abbiamo dedicato a Lanthimos (che potete trovare qui) abbiamo definito il suo cinema come un cinema del dolore, disturbante, massacrante per la psiche perché non si sa mai fino a dove possa arrivare, stilisticamente raffinato, forse troppo ridondante nelle ultime produzioni, ma pur sempre doloroso in cui i suoi personaggi cercano la fuga, ma si trovano feriti, colpiti dalla società che li attornia, in grado esclusivamente di educare alla mancanza di rispetto. Per tutti questi elementi, possiamo definire il cinema di Lanthimos sempre molto reale e vivo anche quando ha descritto mondi irreali e derive sociali come in The Lobster o ne La favorita o quando si è lasciato andare a una narrazione più compatta e solida come in Povere creature. Quest’ultimo film non è nulla di tutto questo. Non si può nemmeno pensare che possa essere un ritorno a quanto espresso in Dogtooth perché gli manca quella freschezza e spontaneità cinematografica che contraddistingue questo film. Kinds of Kindness è un enorme passo falso che ci auguriamo rimanga tale e non si sviluppi in altro. 

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